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Perché la “Amazon Tax” potrebbe non essere un buona idea per l’ambiente (e non solo)

Amazon

Secondo uno studio di Oliver Wyman sulla sostenibilità dell’e-commerce rispetto all’offline, in Italia, l’acquisto di un prodotto non alimentare in un negozio fisico emette da 1,5 a 2,9 volte più CO2 rispetto agli acquisti online

La manovra di Bilancio, la prima del nuovo governo Meloni, dovrebbe essere presentata tra lunedì e martedì della prossima settimana, ma da tempo girano molte indiscrezioni sulle misure che potrebbero essere inserite nel provvedimento. Indiscrezioni che in alcuni casi stanno facendo discutere – e non poco – maggioranza, opposizione ma anche addetti ai lavori. Una di queste è la nuova tassa sulle consegne a domicilio, ribattezzata “Amazon Tax”.

L’OBIETTIVO DEL GOVERNO È FAVORIRE IL COMMERCIO DI PROSSIMITA’ E L’AMBIENTE

Nelle intenzioni dell’esecutivo, che ne ha discusso durante una riunione dei capigruppo il 18 novembre, la nuova tassa avrebbe come obiettivo quello di favorire il commercio di prossimità e di porre un freno alle consegne effettuate con mezzi non ecologici.

PER IL PRESIDENTE DI NETCOMM ROBERTO LISCIA SI RISCHIA DI MINARE LA COMPETITIVITÀ’ ITALIANA

Già a fine ottobre si erano sollevate al riguardo alcune critiche, in particolare da parte di Netcomm, l’associazione del settore e-commerce. “La presunta ‘tassa verde’ sulla rete distributiva dell’eCommerce proposta dal governo all’interno della nuova legge di Bilancio non tiene conto del reale impatto economico e ambientale di questo settore sull’intera economia del nostro Paese”, aveva detto il presidente Roberto Liscia.

Che poi aveva aggiunto: “Porre un freno a un settore strategico come quello del digitale, che già sta subendo un rallentamento a causa dell’inflazione e dell’aumento dei costi tecnologici e di gestione dell’intera rete, significherebbe minare la competitività dell’Italia sul piano internazionale. E a farne le spese sono in primis le piccole e medie imprese, che hanno trovato nel digitale, in questi ultimi anni, una risorsa strategica per lo sviluppo del loro export, raggiungendo consumatori in tutto il mondo grazie all’eCommerce”.

IL GIRO DI AFFARI DEL DIGITAL RETAIL ITALIANO GENERA 58,6 MLD DI EURO

Secondo una ricerca condotta sempre per Netcomm da The European House – Ambrosetti, il digital retail in Italia genera ricavi per circa 58,6 miliardi di euro e occupa il terzo posto tra le 99 attività economiche italiane per incidenza sul fatturato. Senza trascurare che, secondo i dati del 2019, il giro d’affari dell’e-commerce contava su 678 mila imprese e 290 mila lavoratori.

LA LOGISTICA È SEMPRE AFFIDATA A TERZI

La domanda da porsi è: ha senso parlare di benefici ambientali da una tassa simile? Per rispondere occorre fare un po’ chiarezza sui numeri. Partiamo da chi effettua le consegne: il cosiddetto “ultimo miglio” per gli ordini di cui si occupa ad esempio Amazon viene effettuata da vettori commerciali come Poste Italiane, GLS, DHL, Bartolini e UPS, attraverso la loro rete di consegna e da terze parti locali (corrieri), che operano indipendentemente da Amazon ma in genere anche dalle altre realtà del settore.

LO STUDIO DI OLIVER WYMAN: E-COMMERCE PIÙ SOSTENIBILE DEL RETAIL TRADIZIONALE DAL PUNTO DI VISTA AMBIENTALE

Secondo punto la base dell’imposta: la ratio della norma che dovrebbe approdare in manovra sembrerebbe partire dal presupposto che l’acquisto online abbia un impatto peggiore sull’ambiente rispetto a un acquisto tradizionale in un negozio fisico. Come riportato in uno studio di Oliver Wyman sulla sostenibilità dell’e-commerce rispetto all’offline, in Italia, l’acquisto di un prodotto non alimentare in un negozio fisico emette da 1,5 a 2,9 volte più CO2 rispetto agli acquisti online. Inoltre, l’acquisto in un negozio fisico porta a emissioni pari a 2.000 gr. di CO2e, rispetto agli 800 gr. dilCO2e dell’acquisto online. Questa situazione tiene conto di una varietà di comportamenti dei consumatori (ad esempio, nel 50% dei casi recarsi in automobile in un negozio fisico, restituire alcuni prodotti e comperare più di un prodotto nello stesso viaggio) e di configurazioni della supply chain (ad esempio gli ordini internazionali). In generale, le consegne dell’e-commerce ai consumatori generano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane mentre il retail fisico genera l’11%.

SI RISCHIANO DISCRIMINAZIONI E UN RALLENTAMENTO DELLA DIGITALIZZAZIONE DELLE PMI.

Non sono da trascurare poi la possibile discriminazione tra le vendite online e offline – ormai sempre più realtà offrono un approccio ‘multicanale’ – e il fatto che un ulteriore carico fiscale potrebbe ripercuotersi sulle tasche dei consumatori rallentando, tra l’altro, il processo di digitalizzazione delle Pmi italiane.

E LA DIGITAL SERVICE TAX?

Infine si introdurrebbe un ulteriore balzello a un settore che già ha visto l’introduzione nel 2020 della Digital Service Tax (che colpisce tra gli altri servizi digitali anche i ricavi da intermediazione online).

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