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Perché l’industria Oil&Gas ha l’incubo di ‘stranded asset’ (che valgono 3,3 trilioni di dollari)

Oil&gas

Un maggiore controllo e pressione sulle società Oil&Gas da parte degli investitori e della società potrebbe portare a trilioni di attività non recuperabili ma tutto dipende da come si configureranno i mercati della CO2 e le tasse sul carbonio

Le più grandi società internazionali di petrolio e gas hanno svalutato asset per un valore di 150 miliardi di dollari l’anno scorso per arginare il crollo della domanda a causa della pandemia e il conseguente tracollo dei prezzi.

Nonostante i prezzi del petrolio di quest’anno siano ora quasi il doppio rispetto alla media del 2020, l’industria energetica dovrà però affrontare una serie di problemi ulteriori nei prossimi anni e decenni, questa volta a causa della pressione degli investitori per ridurre le emissioni e delle modifiche alla domanda di energia causato dal passaggio a fonti a basse emissioni di carbonio.

INDUSTRIE OIL&GAS SOTTO PRESSIONE

Tutte le industrie sono sotto pressione per riallineare le loro pratiche contabili e finanziarie ai rischi legati ai cambiamenti climatici, ma nessuno più delle grandi aziende del settore energetico il cui core business continua a essere petrolio, gas e carbone.

STRANDED ASSET PER TRILIONI DI DOLLARI

Il maggiore controllo e la pressione sulle società Oil&Gas da parte degli investitori e della società, nonché le incertezze sulla domanda a lungo termine di combustibili fossili, potrebbero lasciare ‘incagliati‘ in futuro asset, attualmente stimati in trilioni di dollari, secondo i calcoli di Irena.

Studi recenti hanno suggerito che più della metà delle riserve di petrolio e gas dovrebbe rimanere nel sottosuolo se il mondo vuole limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali entro il 2050.

I prezzi del carbonio e normative aggiuntive per limitare le emissioni di CO2 potrebbero rendere non redditizio l’utilizzo di ulteriori risorse di combustibili fossili, in particolare il carbone, poiché i governi, specialmente nei paesu sviluppate, premono per economie a emissioni zero entro il 2050.

Le aziende sono in attesa di dettagli sui mercati della CO2, sulle norme sulle emissioni e, potenzialmente, sulle tasse sul carbonio, prima di rivalutare i propri asset, hanno confermato gli analisti al Wall Street Journal. “È probabile che le tasse sulle emissioni di CO2 arrivino e trasformino il settore upstream, influenzando sia i valori degli asset che l’economia del settore”, hanno affermato gli analisti di WoodMac all’inizio di quest’anno.

Con le tasse e i prezzi sulla CO2, più riserve e operazioni delle società energetiche, non solo nel settore upstream, potrebbero trasformarsi in stranded asset

TRILIONI DI ASSET ‘INCAGLIATI’ ENTRO IL 2050

Nel suo rapporto World Energy Transitions Outlook: 1.5°C Pathway del giugno 2021, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) ha ribadito le stime di due anni fa secondo cui ritardare l’azione “potrebbe far salire questo valore a un allarmante 6,5 trilioni di dollari entro il 2050, quasi il doppio. La pianificazione anticipata supporta anche una transizione giusta, aiutando la riallocazione e la creazione di posti di lavoro e servizi”.

LE SVALUTAZIONI DURANTE LA PANDEMIA

L’anno scorso, le più grandi compagnie Oil&Gas del Nord America e dell’Europa da sole hanno svalutato oltre 150 miliardi di dollari di valore delle loro attività, il più alto almeno dal 2010 e che rappresentano circa il 10 per cento delle capitalizzazioni di mercato combinate delle società, secondo un’analisi di The Wall Street Journal di dicembre. La rivalutazione delle attività petrolifere e del gas è stata così diffusa che persino ExxonMobil, che fino allo scorso anno non aveva da anni adeguato il valore delle sue attività, ha svalutato tra 17 e 20 miliardi di dollari di asset al netto delle imposte nel quarto trimestre in Stati Uniti, Canada e Argentina. Mentre TotalEnergies ha utilizzato gli “stranded assets” persino per qualificare come tali i progetti di sabbie bituminose canadesi di Fort Hills e Surmont.

Sebbene le svalutazioni dello scorso anno siano state il risultato diretto del crollo dei prezzi che ha portato alla riduzione del valore delle attività, le svalutazioni future potrebbero essere dovute ai rischi legati al clima, affermano gli analisti e i gruppi di esperti.

Non tutti gli asset supereranno l’esame per essere resilienti e redditizi in un mondo che avrà ancora bisogno di petrolio e gas, ma quantomeno dovranno mirare a limitare in modo significativo le emissioni legate all’energia.

RISCHIO DI ATTIVITÀ INCAGLIATE A LUNGO TERMINE

Se le 60 maggiori compagnie Oil&Gas quotate al mondo continueranno con un approccio normale, più di 1 trilione di dollari di investimenti sono a rischio, inclusi 480 miliardi in progetti di shale/tight oil e 240 miliardi in progetti nelle acque profonde, ha dichiarato il think tank finanziario Carbon Tracker in un rapporto di settembre.

LO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI LONDRA

Secondo un recente studio dei ricercatori dell’University College di Londra, entro il 2050 quasi il 60 per cento del petrolio e del metano fossile e quasi il 90 per cento del carbone devono rimanere nel terreno per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi. I risultati, pubblicati su Nature a settembre, si basano su una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi in questo secolo. Ciò significherebbe che raggiungere questo obiettivo richiederebbe un declino ancora più rapido della produzione e più combustibili fossili da fa rimanere nel terreno.

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