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Blocco navale petrolio Iran

Petrolio, l’illusione sta per finire: ecco perché il 20 aprile il mondo rischia di fermarsi davvero

Gli Stati Uniti avviano il blocco navale totale dei porti iraniani mentre le scorte globali toccano i minimi operativi. In Italia inizia il razionamento del jet fuel: countdown di tre settimane prima della crisi diffusa negli aeroporti.

L’escalation della crisi in Medio Oriente ha raggiunto un nuovo e drammatico punto di svolta. Alle ore 14:00 GMT, le forze armate degli Stati Uniti hanno dato ufficialmente inizio a un blocco navale sistematico dei collegamenti marittimi da e per l’Iran. La decisione, maturata dopo il naufragio dei negoziati di Islamabad, punta a impedire che circa due milioni di barili di greggio iraniano al giorno raggiungano i mercati internazionali.

Questa manovra si innesta su un sistema energetico globale già stremato, che secondo gli esperti ha ormai esaurito i propri margini di flessibilità.

IL BLOCCO NAVALE STATUNITENSE E IL FALLIMENTO DELLA DIPLOMAZIA

L’annuncio del blocco è arrivato direttamente dal presidente Donald Trump, dopo che il fine settimana di discussioni in Pakistan tra i delegati di Washington e Teheran si è concluso senza alcun accordo. Il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha precisato che le operazioni militari si concentreranno esclusivamente sulle navi dirette verso i porti iraniani o provenienti da essi, sia nel Golfo Persico che nel Golfo di Oman, assicurando formalmente che non verrà ostacolata la libera navigazione verso gli altri scali della regione.

Tuttavia, la reazione di Teheran non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento di unità militari straniere allo Stretto di Hormuz sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e trattato con “durezza e decisione”. In questo clima di estrema tensione, l’ammiraglio in pensione Gary Roughead ha lanciato l’allarme sulla possibilità che l’Iran risponda colpendo le infrastrutture energetiche degli Stati limitrofi che ospitano basi americane.

L’ESAURIMENTO DEI CUSCINETTI E LA SCADENZA DEL 20 APRILE

L’aspetto più critico della crisi risiede nella fine della cosiddetta “inerzia del sistema”. Secondo l’analisi di Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity e consigliere del Ministro della Difesa, l’ultimo carico di greggio partito prima dello shock del 28 febbraio arriverà a destinazione intorno al 20 aprile. “Da quel momento, i barili pre-shock saranno completamente assorbiti dalla catena globale ed inizierà la realtà”, avverte l’esperto.

Finora il mercato ha retto non grazie a un ripristino dei flussi, ma bruciando letteralmente i propri cuscinetti di sicurezza: tra marzo e i primi giorni di aprile, sono stati drenati circa 250 milioni di barili dalle scorte pubbliche e private. Si è trattato di un consumo di emergenza che ha mascherato la voragine di 13 milioni di barili al giorno (mbd) mancanti dal Golfo, a fronte di tagli alle raffinerie globali giudicati ancora troppo modesti per riequilibrare il sistema.

LA DISLOCAZIONE DEI PREZZI E IL VALORE DEL TEMPO

Il segnale inequivocabile del panico che sta per travolgere il mercato fisico arriva dalla dislocazione dei prezzi. Il 7 aprile, il Dated Brent — ovvero il prezzo del petrolio fisico disponibile immediatamente — ha toccato i 144 dollari al barile, mentre i futures per la consegna a giugno scambiavano a 109 dollari. Questo spread anomalo indica che il problema non è più solo il costo della materia prima, ma l’impossibilità fisica di averla in tempi rapidi.

Il mercato ha smesso di operare per ottimizzazione dei profitti e ha iniziato a funzionare per pura sopravvivenza. Se le raffinerie non aumenteranno drasticamente i tagli alla produzione nei prossimi mesi, le scorte commerciali dei paesi OCSE rischiano di toccare i minimi operativi già all’inizio di maggio, momento in cui lo shock smetterà di essere assorbito e verrà trasferito integralmente sull’economia reale.

LA GEOGRAFIA DEL CONTAGIO: DALL’ASIA ALL’ITALIA

La trasmissione della crisi segue una precisa geografia logistica. L’Asia, che dipende per l’80% dal Golfo, è già in emergenza: Filippine, Indonesia e Vietnam hanno imposto il lavoro da casa forzato, mentre in Thailandia i costi dei carburanti sono balzati del 250%. L’Africa sta esaurendo le ultime consegne e adotta misure disperate come la diluizione dei carburanti, secondo quanto riporta Reuters.

L’Europa si trova immediatamente dietro: in Italia è già iniziato il razionamento del “jet fuel” per l’aviazione, con le ultime consegne tracciate tra il 7 e l’11 aprile. Gli aeroporti europei si preparano a un countdown di tre settimane prima di una crisi diffusa. Gli Stati Uniti, pur essendo gli ultimi nella catena del contagio grazie alla loro posizione geografica, vedranno le consegne fermarsi intorno al 15 aprile, perdendo l’immunità che l’inerzia logistica aveva garantito finora.

L’ECCEZIONE INDIANA E IL PARADOSSO DELLE NAVI BLOCCATE

In questo quadro di isolamento, emerge il paradosso dell’India, che proprio questa settimana si appresta a ricevere la prima spedizione di greggio dall’Iran dopo sette anni, grazie a una deroga sulle sanzioni concessa precedentemente da Washington. I dati di Kpler indicano che l’Iran, prima del blocco odierno, aveva accumulato scorte record di oltre 180 milioni di barili “galleggianti” su navi già cariche.

Nonostante il cessate il fuoco formale delle scorse settimane, il transito attraverso Hormuz rimane quasi nullo: domenica solo due petroliere pakistane e una liberiana hanno osato sfidare lo stretto, mentre altre imbarcazioni, come la maltese Agios Fanourios I, hanno preferito fare marcia indietro. Attualmente, circa 187 petroliere cariche di 172 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati restano bloccate all’interno del Golfo, trasformate in un gigantesco deposito inaccessibile che il mondo osserva con crescente inquietudine.

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