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Stretto di Hormuz sicurezza marittima

Stretto di Hormuz, la verità dietro la tregua: ecco perché le navi non passano e cosa sta rischiando il mondo

Mentre la diplomazia annuncia il cessate il fuoco, i dati satellitari rivelano una paralisi quasi totale del corridoio energetico più importante del pianeta. Tra rotte obbligate, mine e l’ombra di un “pedaggio” miliardario, il ritorno alla normalità è ancora un miraggio.

Lo Stretto di Hormuz rimane in uno stato di paralisi quasi totale, con un volume di traffico navale crollato di oltre il 96% rispetto ai livelli di normalità. Nonostante l’entrata in vigore del fragile cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, nelle ultime 24 ore solo una petroliera e cinque navi portarinfuse hanno attraversato il braccio di mare, contro una media abituale di circa 140 transiti giornalieri.

L’Iran ha iniziato a formalizzare il controllo sulla via navigabile imponendo rotte specifiche all’interno delle proprie acque territoriali, ufficialmente per evitare il rischio di mine antinave, mentre la comunità internazionale e i colossi della navigazione osservano con estrema prudenza, attendendo garanzie di sicurezza concrete che al momento mancano.

La notizia proviene da un monitoraggio congiunto condotto dalle agenzie Reuters e Bloomberg, che hanno incrociato i dati di tracciamento navale di piattaforme come Kpler e Lloyd’s List Intelligence con le dichiarazioni ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC) diffuse dall’agenzia Tasnim, oltre ai commenti dei vertici dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) e di analisti dell’ISPI.

IL NUOVO ORDINE DI NAVIGAZIONE E L’ITINERARIO LARAK

Secondo quanto riportato dall’agenzia semi-ufficiale Tasnim, l’Organizzazione portuale e marittima iraniana ha pubblicato direttive che obbligano le imbarcazioni a seguire una rotta specifica intorno all’isola di Larak. Le navi devono entrare nello stretto a nord dell’isola ed uscirne appena a sud, operando in costante coordinamento con la marina delle Guardie Rivoluzionarie.

Teheran giustifica questa imposizione con la necessità di aggirare zone minate lungo le rotte convenzionali, ma per molti osservatori si tratta di un tentativo di legittimare il controllo militare sul transito internazionale. La società britannica di sicurezza Ambrey ha avvertito che il rischio per le navi affiliate a Stati Uniti o Israele rimane altissimo e che diverse spedizioni, pur apparentemente autorizzate, sono state respinte a metà del tragitto nelle ultime settimane.

LA CAUTELA DELLE COMPAGNIE E IL PESO DELLE PETROLIERE FERME

Le grandi compagnie di navigazione internazionali non sembrano intenzionate a riprendere i flussi in assenza di certezze. Jotaro Tamura, presidente e amministratore delegato della giapponese Mitsui OSK Lines, ha dichiarato a Reuters che l’azienda è in attesa di indicazioni dal governo di Tokyo, sottolineando che “bisogna accertarsi che i rischi per la sicurezza siano sufficientemente bassi”.

Attualmente, secondo i dati Kpler, oltre 180 petroliere con a bordo circa 172 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati restano bloccate all’interno del Golfo. Torbjorn Soltvedt di Verisk Maplecroft ha osservato che due settimane di tregua non saranno comunque sufficienti a smaltire l’arretrato accumulato, anche qualora il traffico dovesse riprendere a pieno regime.

IL CONTRASTO TRA DIPLOMAZIA E REALTÀ OPERATIVA

Mentre il vicepresidente statunitense JD Vance ha accennato a segnali di possibile riapertura, i leader industriali della regione smentiscono questa visione. “Sia chiaro: lo Stretto di Hormuz non è aperto”, ha scritto su LinkedIn Sultan Al Jaber, amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Co. (ADNOC), precisando che l’accesso è attualmente “limitato, condizionato e controllato”.

Durante la notte, il presidente Donald Trump ha ribadito sui social media che il personale militare statunitense resterà nell’area e che, in caso di mancato accordo definitivo, “inizieranno le sparatorie, più grandi e intense di quanto si sia mai visto prima”. Questa incertezza impedisce agli armatori di rischiare equipaggi e carichi preziosi.

IL NODO DEI PEDAGGI E IL RIFIUTO DELL’IMO

Un altro elemento di forte tensione riguarda l’indiscrezione secondo cui l’Iran vorrebbe imporre un pedaggio di circa 2 milioni di dollari per ogni transito. Sebbene il primo ufficiale della petroliera indiana Pine Gas, Sohan Lal, abbia riferito a Reuters di aver percorso la nuova rotta senza pagare alcuna tassa o subire abbordaggi, il timore di un precedente pericoloso resta vivo.

Arsenio Dominguez, segretario generale dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), ha definito inaccettabile qualsiasi meccanismo parallelo non in linea con la prassi internazionale: “Non prenderemo in considerazione meccanismi alternativi a quelli che hanno funzionato per decenni”. L’IMO sta lavorando con nazioni come il Regno Unito per accertare la reale presenza di mine, la cui rimozione, secondo Martin Kelly di EOS Risk Group, richiederebbe comunque mesi di lavoro.

LO STATUS DELLO STRETTO SECONDO GLI ANALISTI

Il quadro statistico finale è impietoso. Matteo Villa, analista dell’ISPI, ha confermato attraverso i canali social che nelle ultime 24 ore neanche una nave è entrata nel Golfo. “In tempi normali da Hormuz uscivano 65 navi e altrettante entravano. Lo status attuale segna un -96% rispetto alla normalità”, ha evidenziato Villa.

Nonostante il crollo dei prezzi dei futures sul petrolio seguito all’annuncio del cessate il fuoco, la disponibilità reale di barili fisici continua a scarseggiare, mantenendo il mercato energetico globale in una condizione di estrema vulnerabilità che solo una riapertura incondizionata e sicura del canale potrà risolvere.

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