La Cina controlla una parte decisiva della filiera delle terre rare, gli Stati Uniti corrono ai ripari e l’Italia prova a recuperare terreno. Ma tra miniere, raffinazione e Piano Mattei, la partita è tutt’altro che semplice
La vera partita per l’egemonia globale non si gioca nei pozzi petroliferi, ma nelle tavole periodiche. La corsa alle terre rare è diventata il perno su cui ruota la sicurezza nazionale dell’Occidente, la tenuta del settore automotive e la sovranità tecnologica del prossimo decennio. Una partita che gli Usa non possono permettersi di perdere. Intanto, l’Italia prova a entrare in gioco puntando su estrazione e Piano Mattei, ma deve fare i conti con ritardi strutturali.
TERRE RARE, IL PARADOSSO USA
Trump attinge nuovamente alle riserve strategiche di greggio (Strategic Petroleum Reserve) per frenare lo shock dei prezzi causato dai blocchi delle forniture. Ma se il petrolio è l’ossigeno dell’economia d’oggi, le terre rare rappresentano l’architettura futura della transizione e una dipendenza spesso sottovalutata. Gli Stati Uniti consumano ogni anno decine di migliaia di tonnellate di magneti avanzati, ma la loro capacità produttiva interna si è contratta negli anni fino ad arrivare a una quota irrisoria. Nel frattempo, Pechino detiene saldamente le chiavi del rubinetto globale.
PERCHE’ LA RICERCA NON E’ LA SOLUZIONE OGGI
L’ingegneria cerca da anni una via d’uscita tecnologica sviluppando motori alternativi privi di terre rare — come il recente motore presentato da Tesla per il Cybercab o le ricerche su nuove chimiche magnetiche —, ma la qualificazione di nuovi materiali e tecnologie senza minerali critici richiede anni e test empirici da milioni di dollari. In altre parole, una svolta di laboratorio non può essere la risposta alla richiesta di componenti delle linee di montaggio delle auto.
LA SCOMESSA DI REALLOYS
La soluzione più immediata è replicare la capacità produttiva esistente, strappando all’Asia l’esclusiva sul processo industriale. È la scommessa portata avanti, ad esempio, da REalloys. La società sta costruendo la catena di fabbriche necessarie per produrre i magneti attuali per essere pronti quando Pechino deciderà di chiudere definitivamente i rubinetti dell’export. Il primo punto della strategia è il controllo delle materie prime stringendo alleanze tattiche dal Canada al Brasile, passando per il progetto Tanbreez in Groenlandia — uno dei più grandi giacimenti al mondo fuori dal controllo cinese — fino al Montana, Wyoming e Kazakhstan. L’ottenimento degli ossidi è solo il primo passo. La vera sfida è trasformarli in metalli ad alta purezza. Grazie a un contratto con la Defense Logistics Agency (DLA) e alla realizzazione del primo impianto commerciale di metallizzazione pesante dell’emisfero occidentale, REalloys punta a produrre dal 2027 decine di tonnellate di disprosio e terbio.
Il piano culmina nella partnership con l’Esercito degli Stati Uniti per negoziare la costruzione e gestione di impianti di lavorazione direttamente all’interno della base militare del Tooele Army Depot in Utah. Un passo storico, poiché per la prima volta un’operazione industriale di mineraria critica entra fisicamente in un’installazione militare americana.
PERCHE’ LA GROENLANDIA E’ DI NUOVO AL CENTRO
In questo contesto si rilegge con chiarezza la mossa geopolitica che coinvolge la Groenlandia. Quelle che un tempo sembravano esternazioni improvvisate sulle ambizioni americane nei confronti dell’isola artica si sono trasformate in una complessa architettura di sicurezza trilaterale.
L’accordo espande la presenza militare di Washington, sbarra la strada all’influenza cinese e russa nella regione e assicura una corsia preferenziale agli investimenti occidentali sui giacimenti critici.
E L’ITALIA? LA STRATEGIA DELLE TERRE RARE E I LIMITI DEL “PIANO MATTEI”
L’Italia osserva la partita con un misto di urgenza e ritardo strutturale. Il tessuto manifatturiero e automotive italiani sono fortemente esposto ai diktat cinesi. Una dipendenza che il Regolamento Ue sui minerali critici ha bilanciato solo in parte. La strategia nazionale tenta di muoversi su due binari paralleli. Da un lato, la riapertura dei dossier minerari nazionali — dalle Alpi alla Sardegna — e l’accelerazione sui progetti di riciclo ed economia circolare, settore in cui le eccellenze industriali italiane del Nord vantano un know-how avanzato sul recupero dei magneti permanenti dalle apparecchiature dismesse.
Il secondo pilastro della strategia italiana per le terre rare è il “Piano Mattei”, con cui l’esecutivo mira a stringere partnership estrattive e di prima lavorazione con Paesi africani ricchi di giacimenti ma privi di infrastrutture. Tuttavia, l’assenza di impianti commerciali di raffinazione ad alta purezza sul suolo nazionale e di accordi d’offtake paragonabili a quelli siglati da Washington sono due ostacoli da non sottovalutare.
L’EFFETTO SULLE AUTO
La stretta sui magneti permanenti ha un effetto domino sull’intera industria automobilistica globale, impegnata nella transizione elettrica. Infatti, una singola strozzatura nella fornitura di magneti può arrestare le catene di montaggio di SUV e pickup tradizionali a motore a combustione. I grandi giganti dell’auto mostrano già i segni di questa vulnerabilità. Ford Motor Company ha già provato sulla propria pelle l’impatto dei blocchi all’export cinesi, che l’ha costretta a sospendere temporaneamente la produzione dell’Explorer nello stabilimento di Chicago.
Per blindare le forniture dei motori elettrici dedicati a modelli di punta come la Cadillac LYRIQ e il GMC HUMMER EV, invece, General Motors ha dovuto stringere accordi strategici a lungo termine con produttori di magneti americani come MP Materials e Noveon Magnetics. Infine, Tesla, continua a dipendere dai magneti ad alte prestazioni per gran parte dell’attuale flotta in circolazione, nonostante i proclami sulla riduzione delle terre rare nei propri propulsori.

