Per centrare gli obiettivi climatici al 2050 non basta la carbon tax: servono semplificazione burocratica e capitali per innovare, mentre la Cina domina sui costi delle tecnologie pulite.
L’Europa si trova davanti a un bivio epocale: per trasformare l’impegno del “Net Zero” al 2050 in una realtà economica tangibile, il solo prezzo del carbonio non sarà sufficiente. È necessaria una mobilitazione massiccia di capitali, stimata tra il 2,7% e il 3,7% del Prodotto Interno Lordo dell’Unione Europea ogni anno fino al 2030, accompagnata da una drastica rimozione degli ostacoli burocratici, finanziari e tecnologici che oggi frenano l’industria. Sebbene le emissioni siano calate del 37% tra il 1990 e il 2024, il ritmo attuale rischia di non bastare senza un intervento deciso sui settori dei trasporti e dell’approvvigionamento energetico, responsabili di oltre la metà della CO2 totale prodotta nel Vecchio Continente.
È quanto emerge dall’analisi dettagliata preparata da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez della Bce, che sintetizza le barriere strutturali che rallentano la transizione verde. La fotografia scattata dai due esperti evidenzia come il 2024 sia stato il primo anno a superare la soglia critica di 1,5 °C sopra i livelli preindustriali, innescando danni fisici record e alimentando un’inflazione alimentare senza precedenti, come dimostrato dal rincaro del 50% dell’olio d’oliva in Italia e Spagna a seguito delle siccità.
IL PESO DEL CLIMA SULL’ECONOMIA EUROPEA
Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma un fattore di instabilità macroeconomica immediata. I dati dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e dell’Agenzia Europea dell’Ambiente confermano che il quadriennio 2021-2024 è stato il peggiore dal 1980 per danni causati da eventi estremi. Oltre alla distruzione fisica, l’impatto si riflette sui prezzi al consumo, rendendo la transizione energetica una questione di sicurezza e accessibilità economica. Come sottolineato dalla Presidente della BCE Christine Lagarde, le energie rinnovabili rappresentano oggi l’unica via per conciliare sostenibilità e competitività, ma il percorso è ostacolato da “fallimenti del mercato” e asimmetrie informative che scoraggiano il settore privato.
L’OBIETTIVO 2050 E IL NODO DEGLI INVESTIMENTI
Il raggiungimento del target intermedio di riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 appare possibile integrando le politiche già pianificate dagli Stati membri, ma la scalata verso il 2050 richiede un cambio di paradigma. Secondo l’analisi della BCE di Nerlich, l’Europa deve riallocare capitali e lavoratori con una velocità senza precedenti. Il problema centrale è che la transizione implica la sostituzione integrale di processi basati sul carbonio, un’operazione ad altissima intensità di capitale. Senza mercati finanziari più profondi e un’Unione dei mercati dei capitali pienamente operativa, le imprese europee faticano a trovare le risorse necessarie per scalare le innovazioni verdi dai laboratori al mercato.
LE BARRIERE STRUTTURALI CHE FRENANO LA CRESCITA VERDE
Qualsiasi nuova tecnologia pulita deve oggi competere con un sistema che favorisce ancora implicitamente i combustibili fossili. Il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2022 i sussidi impliciti derivanti dai danni ambientali non tassati siano stati pari a 267 miliardi di dollari, ovvero l’1,8% del PIL dell’area euro. A questi si aggiungono 95 miliardi di sussidi espliciti. Questo squilibrio rende l’innovazione verde meno attraente sotto il profilo della redditività. Inoltre, le aziende devono fare i conti con le “ricadute di conoscenza”: spesso i benefici sociali di una ricerca (come nuovi tipi di batterie) superano i profitti privati, portando le singole imprese a sottoinvestire rispetto a quanto sarebbe necessario per la collettività.
IL DIVARIO TECNOLOGICO E LA SFIDA DELLA CINA
L’innovazione europea è paragonabile a quella di Stati Uniti e Giappone, ma il rapido recupero della Cina ha riscritto le regole del gioco globale. Pechino ha ormai superato le altre regioni, installando nel 2024 più capacità rinnovabile di tutto il resto del mondo messo insieme. In Europa, i costi di produzione rimangono sensibilmente più alti: produrre batterie costa il 50% in più rispetto alla Cina, gli elettrolizzatori il 61% e le pompe di calore sono quasi il doppio più care. Questo gap non dipende dal costo del lavoro, ma dalla scala di produzione e dall’integrazione della catena di approvvigionamento. Molte tecnologie cruciali esistono già, ma la loro adozione è rallentata da prezzi che non riescono ancora a competere con le alternative fossili tradizionali.
COMPETENZE E INFRASTRUTTURE: IL MOTORE UMANO DELLA TRANSIZIONE
Oltre ai capitali, mancano le braccia e le menti. LinkedIn registra che la domanda di “competenze verdi” cresce a una velocità doppia rispetto all’offerta. Sebbene molte professioni “sporche” condividano profili tecnici simili a quelle green — si pensi agli ingegneri petroliferi che potrebbero riconvertirsi in esperti ambientali — la carenza di laureati STEM nell’UE aggrava il problema. Sul fronte infrastrutturale, l’ansia da autonomia frena la diffusione delle auto elettriche. Se in Norvegia queste rappresentano il 95% delle nuove immatricolazioni grazie a una rete di ricarica capillare, nell’UE si fermano a circa un terzo. La mancanza di coordinamento tra attori pubblici e privati e i tempi di autorizzazione per le reti elettriche, che in alcuni casi superano i dieci anni, agiscono come colli di bottiglia insormontabili.
I QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DEL PIANETA
Per illustrare l’efficacia delle politiche, Parker e Parraga Rodriguez presentano quattro simulazioni basate su un modello di cambiamento tecnico. Lo scenario di “laissez-faire” porterebbe inevitabilmente a un disastro ambientale con un riscaldamento di 6 °C e il collasso dell’attività economica. L’introduzione della sola carbon tax rallenta il degrado ma non evita il disastro, poiché le imprese rimangono intrappolate in tecnologie inquinanti a causa degli alti costi di passaggio. I sussidi alla R&S aiutano, ma la vera svolta avviene solo nel quarto scenario: un pacchetto completo che unisca tasse sul carbonio, sussidi mirati e politiche strutturali per abbattere le rigidità normative. Solo così l’aumento delle temperature può essere frenato, indirizzando l’economia verso una crescita sostenibile e dinamica.

