Fact checking e fake news

Trivelle nel golfo di Taranto: il fact checking

Il fact checking di Annarita Digiorgio sul nuovo caso trivelle

Da una settimana è questo il titolo che ha permesso a molti desaparecidi dal 2016 di tornare alla ribalta. I movimenti no triv, e tanti politici che da quella campagna referendaria fallimentare, condotta in maniera più populista che scientifica, avevano tratto la loro visibilità per occupare le televisioni.
Tra questi, ovviamente, in prima fila i 5 Stelle, quando ancora erano di lotta prima di diventare di governo. Al loro fianco, da sempre, il portavoce istituzionale della battaglia mediatica governatore della Puglia Michele Emiliano. Circondati in un nimby senza prigionieri a livello locale da praticamente tutti gli schieramenti politici: forza Italia, sinistra, destra, centro, quasi tutti erano d’accordo con quel referendum. Che però hanno perso.
Oggi l’allarme diventa “vogliono trivellare il golfo di Taranto!” E nuovamente titoli, paginate, interviste, dichiarazioni, manifestazioni: sono tornati tutti in tv.

Eppure, è una fake news.

PRIMA FAKE NEWS

Primo perché non è il golfo di Taranto. I due permessi nello Ionio ricadono esattamente, come ha specificato dal primo momento Davide Crippa, all’esterno del golfo di Taranto. Ovviamente la cosa non cambia nulla in termini generici, poiché il progetto se non nella città dei due mari ricade altrove. Però fa comodo a qualcuno, e a qualche altro ancora di più, dire che sono a Taranto, la città condannata dai veleni, Ilva, Eni e ora persino le trivelle. Anche se oltre le dodici miglia. Di fatto nessuno da Taranto vedrà mai una trivella, cosa che non si può dire per i mega impianti eolici in riva allo Ionio.

SECONDA FAKE NEWS

Il secondo elemento della fake news è forse il più interessante:  Tutti parlano di trivelle ma non ci sono trivelle. Né perforazioni.
Si tratta di una modellazione 2D del sottosuolo tramite la tecnica dell’airgun. A cosa serve? Allora dobbiamo partire dal principio.
Persino il Consiglio di Stato in una sentenza in cui bocciava un ricorso presentato dalla Regione Puglia contro le trivelle, redarguiva la stessa scrivendo “Il Collegio ritiene di precisare data la facile tendenza talvolta riscontrata nella prospettazione argomentativa della Regione ricorrente a confondere l’attività di prospezione con quella di ricerca che sono in realtà nettamente distinte sia su un piano fattuale sia sotto un profilo giuridico.

TRIVELLE, PROSPEZIONE E RICERCA, QUALCHE CHIARIMENTO

Con la prima infatti si intende la “attività consistente in rilievi geografici, geologici, geochimici e geofisici eseguiti con qualunque metodo e mezzo, escluse le perforazioni meccaniche di ogni specie, intese ad accertare la natura del sottosuolo e del sottofondo marino” mentre con la seconda si fa riferimento all’ “insieme delle operazioni volte all’accertamento dell’esistenza di idrocarburi liquidi e gassosi, comprendenti le attività di indagini geologiche, geochimiche e geofisiche, eseguite con qualunque metodo e mezzo, nonché le attività di perforazioni meccaniche, previa acquisizione dell’autorizzazione.
Le attività di prospezione sono soggette ad autorizzazione mediante il titolo non esclusivo, della durata di un anno, Il permesso di ricerca, è un titolo esclusivo della durata di sei anni rinnovabile”.
Quindi primariamente bisogna distinguere prospezione, ricerca e coltivazione.
E indovinate per quali delle tre servono gli airgun?

L’UTILIZZO DELL’AIRGUN

Principalmente viene usato nelle prospezioni, attraverso un sistema ad aria compressa, l’airgun genera un’onda acustica senza utilizzo di esplosivo. La riflessione di queste onde permette di realizzare una mappa della struttura del fondale limitandosi all’acquisizione di dati geofisici condotti da ditte specializzate in ricerca geologica (non compagnie petrolifere) che vendono il prodotto a chi è interessato ad esplorare nell’area. Nel caso vengano individuate strutture interessanti nel sottosuolo, si procederà alla perforazione. Se la perforazione scoprirà quantità economiche di idrocarburi, a quel punto si potrà far richiesta di concessione.
Nello Ionio i risultati dei rilievi esplorativi con l’airgun sono stati usati da CNR e OGS per individuare importanti strutture sismogenetiche.

Le emissioni di aria compressa in mare sono utilizzate da decenni per analizzare la struttura del sottosuolo tramite la tecnica della sismica a riflessione: sono l’unica o quantomeno la migliore possibilità che l’uomo ha per ricostruire la natura della crosta terrestre.

GLI IDROCARBURI OGGI

E qualora trovassimo idrocarburi? Abbiamo trovato il petrolio, ma non lo vogliamo raccogliere. Questa sarebbe la follia tutta italiana.

Le potenze mondiali sono rappresentate soprattutto dai paesi petroliferi. Noi ce l’abbiamo e vogliamo relegarci alla dipendenza dagli altri Stati. Ad oggi nonostante la cifra enorme investita in bolletta da ogni italiano per incentivare le energie alternative, oltre il 70% del fabbisogno energetico italiano viene da fonti fossili, e il 90% di esse le importiamo dall’estero per un deficit commerciale intorno ai 30 miliardi di euro annui.

LA VIA DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA

Tra l’altro importare vuol dire utilizzare infrastrutture come i gasdotti. Vuol dire nave petrolifere. Vuol dire aumentare emissioni. Non basterà dire vogliamo energia alternativa, per la transizione c’è bisogno di gas. Che si “pesca” con gli impianti offshore. Per altro, percorrere la via della transizione energetica non esclude un oculato sfruttamento di gas o petrolio. La Norvegia per esempio è il fiore all’occhiello mondiale per vendita di auto elettriche e ha standard di consumo di energia alternativi tra i più alti, producono e vendono ogni giorno milioni di barili di petrolio e gas.

Inoltre, rinunciare al gas e al petrolio di casa nostra vuol dire aumentare ancora le importazioni di queste risorse restando indifferenti al fatto che siano estratte in condizioni ambientali molto peggiori e con peggiori condizioni di lavoro.
Facciamo un esempio: negli ultimi 25 anni nel Mediterraneo ci sono stati 27 incidenti con sversamento: tutti hanno riguardato petroliere. Ma tutto questo facciamo finta di non vederlo. Come se una trivella in Croazia fosse meno pericolosa di una trivella a Taranto. Se davvero pensiamo che la ricerca di idrocarburi inquina l’ambiente, uccide i pesci, distrugge il territorio, davvero va bene in Albania purché non sia in Italia? Davvero vogliamo trasformarci in sovranisti e razzisti ambientali? Se questa preoccupazione ce l’abbiamo dovrebbe valere per tutti i paesi e per tutti i popoli del mondo. Non possiamo chiedere ad altri quello che non vogliamo fare a casa nostra.

I RICORSI ANNUNCIATI

O come dice ancora oggi Michele Emiliano annunciando l’ennesimo ricorso contro il governo “non toccheranno il nostro mare” dimenticando che ne ha già fatti centinaia di ricorsi sulle trivelle tutti persi perché afferma la Corte Costituzionale: sul mare ha competenza solo lo Stato (motivo per cui sbaglia anche il leader dei Verdi Bonelli a dire “andremo in procura perché non hanno valutato parere di via della Regione” – appunto non è vincolante).

A CHI SPETTA DECIDERE

Ancor peggio quelli che a Di Maio e Costa che dicono che il parere era stato autorizzato da precedenti governi rispondono “dovevate rivederlo”. I pareri di via non sono decisioni politiche, ma tecniche. Che danno gli uffici. Se un’opera ha un impatto ambientale o meno non lo può decidere lo spoil system politico. Tra l’altro questo sottopone ancora una volta il nostro Paese a figuracce internazionali facendo scappare gli investitori che non ci considerano seri. Già ci vogliono dieci anni per ottenere un regolare permesso di ricerca, figuriamoci se ogni volta deve sottostare ai cambi della politica.

La quale deve solo decidere per il futuro che idea dello sviluppo del Paese ha in mente. Il rischio tecnico lo decide la scienza. Ogni autorizzazione deve passare al vaglio dei severi controlli dell’Ispra, dell’Istituto Nazionale di geofisica, quello di geologia e quello di oceanografia, delle Capitanerie di porto, delle Usl, delle Asl, dell’Istituto superiore di Sanità e delle commissioni tecniche competenti. Ogni anno l’Ispra pubblica un rapporto sulle estrazioni in Italia e tutti hanno confermato che la situazione è sotto controllo. Per quelle in progetto indicano prescrizioni, valutazioni ambientali, sanitarie, e specifiche da rispettare.

Anche per le trivelle quindi, che tali non sono, come abbiamo visto, non vi è quindi una guerra tra ambientalisti e non. Ma tra chi si affida alla scienza e chi alla cialtroneria, tra chi punta allo sviluppo e chi alla pancia, chi alla ragione e chi alla facile emozione, chi alla verità chi alle fake news, chi all’europeismo chi al proprio giardino.

A questi verrebbe da dire davvero accendete una candela!