L’amministrazione abbandona anche l’IPCC e decine di organismi scientifici e ambientali internazionali. La mossa isola la seconda economia mondiale dai negoziati e cede l’influenza su investimenti e politiche.
L’inizio del 2026 verrà ricordato come un periodo di rottura profonda negli equilibri della politica ambientale internazionale. Attraverso un memorandum presidenziale, la Casa Bianca ha ufficializzato l’uscita degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il trattato fondamentale del 1992 su cui poggiano gli sforzi globali per il contenimento del riscaldamento globale. Con questa decisione, gli Stati Uniti, secondo maggiore inquinatore di carbonio al mondo, diventano l’unico Paese a lasciare formalmente la convenzione, autoescludendosi dai processi decisionali globali che mirano a limitare l’aumento delle temperature entro i 2 gradi Celsius.
UN RITIRO DI MASSA DALLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI
Il disimpegno di Washington non si limita alla sola UNFCCC. Il memorandum del presidente Donald Trump stabilisce l’abbandono di ben 31 organismi delle Nazioni Unite e di altre 35 organizzazioni internazionali, con un focus mirato sulle istituzioni scientifiche e di conservazione. Tra queste spicca il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), la massima autorità scientifica mondiale in materia di climatologia. Gli Stati Uniti lasceranno inoltre l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), nota per la “lista rossa” delle specie a rischio, e la Piattaforma intergovernativo scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES). Anche il settore delle energie pulite viene colpito: è previsto infatti l’addio all’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) e all’Alleanza solare internazionale (ISA).
LA MOTIVAZIONE DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP
La linea politica che sostiene questa drastica riduzione della presenza internazionale è stata sintetizzata dal Segretario di Stato Marco Rubio. “Cesseremo di sovvenzionare i burocrati globalisti che agiscono contro i nostri interessi”, ha dichiarato Rubio, aggiungendo che la partecipazione statunitense ad altre organizzazioni è tuttora in fase di revisione. Secondo il Segretario di Stato, l’amministrazione ha valutato queste istituzioni come “ridondanti, mal gestite, dispendiose e sfruttate da attori che perseguono obiettivi contrari a quelli americani”, definendole infine come una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità della nazione. Gli Stati Uniti hanno già provveduto a sospendere ogni finanziamento alla UNFCCC; il ritiro formale diventerà effettivo dopo un anno dalla notifica ufficiale all’ONU.
LE REAZIONI DELL’UNIONE EUROPEA E DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE
La risposta dell’Europa non si è fatta attendere. Wopke Hoekstra, Commissario europeo per il clima, ha definito la scelta di Washington “deplorevole e sfortunata”, ribadendo l’impegno inequivocabile della Commissione europea a sostegno della ricerca internazionale e della cooperazione climatica. Hoekstra ha sottolineato che l’Europa proseguirà il proprio programma di azione climatica, puntando su competitività e indipendenza. Anche sul fronte interno statunitense le critiche sono state durissime. Gina McCarthy, già amministratrice dell’EPA, ha bollato la decisione come “miope e sciocca”, evidenziando come gli Stati Uniti perderanno influenza su “migliaia di miliardi di dollari in investimenti e politiche” che avrebbero potuto proteggere il Paese dai disastri climatici.
IL DIBATTITO SULLA LEGALITÀ E LA POSSIBILITÀ DI RIENTRO
Un punto cruciale della vicenda riguarda la validità giuridica del memorandum. Poiché la Convenzione quadro (UNFCCC) fu ratificata dal Senato degli Stati Uniti nel 1992, diversi esperti mettono in dubbio che un ordine esecutivo presidenziale sia sufficiente per annullare un impegno di tale rango. Tuttavia, dal punto di vista politico, il percorso per un eventuale ritorno appare meno tortuoso. Jake Schmidt del Natural Resources Defense Council (NRDC) ha spiegato che gli Stati Uniti potrebbero rientrare nella convenzione 90 giorni dopo una nuova formalizzazione, senza necessità di una ulteriore ratifica senatoriale, basandosi sul consenso originale del 1992. Anche Sue Biniaz, ex vice-inviata speciale per il clima, ha espresso la speranza che questo strappo federale sia solo “temporaneo”.
CONSEGUENZE STRATEGICHE E RISCHI GEOPOLITICI
L’isolamento americano potrebbe alterare profondamente i futuri negoziati. John Kerry, ex inviato speciale per il clima, ha descritto la mossa di Trump come “un regalo alla Cina e una via d’uscita gratuita per i paesi inquinatori che vogliono evitare le proprie responsabilità”. Il rischio, secondo Kerry, è che il costo di questa scelta venga pagato dalle future generazioni in termini di salute e sicurezza economica. David Widawsky del World Resources Institute ha parlato di un “errore strategico che cede il vantaggio americano senza alcun ritorno”, sebbene sia convinto che la diplomazia globale non vacillerà, poiché il resto del mondo comprende l’importanza insostituibile della cooperazione. Infine, Delta Merner dell’Unione degli scienziati interessati ha avvertito che, tagliando fuori la partecipazione formale dall’IPCC, gli USA rinunciano a guidare le valutazioni scientifiche su cui si basano i governi di tutto il pianeta.


