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Ex Ilva Taranto

Ex Ilva, scontro legale totale: ArcelorMittal chiede 1,8 miliardi e nega danni da 7 miliardi a Taranto

Mentre il colosso franco-indiano avvia l’arbitrato internazionale contro lo Stato, nello stabilimento pugliese si ferma la cokeria e slittano a fine 2026 i licenziamenti per 220 lavoratori della Semat Sud.

Il destino dell’ex Ilva si sposta dalle aule dei tribunali al cuore produttivo di Taranto, in un clima di tensione altissima che vede contrapposti i vertici della multinazionale ArcelorMittal, i commissari straordinari e il Governo italiano. In una nota ufficiale, il gruppo franco-indiano ha respinto con forza le accuse contenute nell’atto di citazione depositato al Tribunale di Milano dai commissari di Acciaierie d’Italia (AdI), i quali hanno richiesto un risarcimento record di 7 miliardi di euro per presunta mala gestione. Un conflitto legale senza precedenti, mentre sul campo la situazione industriale precipita: per la prima volta nella storia dello stabilimento si è registrata la fermata delle batterie delle cokerie, un evento che i sindacati definiscono drammatico.

LA DIFESA DI ARCELORMITTAL E L’ARBITRATO CONTRO L’ITALIA

La multinazionale dell’acciaio ha definito priva di ogni fondamento, sia in fatto che in diritto, la richiesta risarcitoria miliardaria avanzata dall’amministrazione straordinaria. Secondo quanto emerge dalla nota del gruppo, ArcelorMittal nega fermamente di aver attuato una strategia volta a “saccheggiare” i profitti o a mandare in rovina il sito produttivo tra il 2018 e il 2024. Al contrario, la holding sottolinea che dal 2021 la gestione è stata condivisa paritariamente con Invitalia, braccio operativo del Ministero dell’Economia. “Lungi dall’estrarre valore”, il colosso franco-indiano rivendica di aver investito circa 2 miliardi di euro per il risanamento di un’attività strutturalmente in difficoltà, destinando gran parte delle risorse al piano ambientale per la conformità all’Aia. In risposta all’offensiva legale italiana, ArcelorMittal ha confermato di aver già avviato lo scorso giugno un arbitrato internazionale, chiedendo allo Stato oltre 1,8 miliardi di euro come compensazione per quello che definisce un “esproprio illegittimo” dell’investimento, causato da misure governative ritenute discriminatorie e sproporzionate.

LA BOMBA SOCIALE A TARANTO E IL RINVIO DEI LICENZIAMENTI

Parallelamente alla battaglia legale, si consuma una crisi occupazionale che rischia di travolgere centinaia di famiglie. A Bari, presso la Regione Puglia, la task force per l’occupazione ha affrontato il caso della Semat Sud, azienda dell’appalto che ha confermato la volontà di dismettere le attività tecniche nel perimetro dell’ex Ilva dall’8 marzo prossimo. Francesco Bardinella, segretario generale della Fillea Cgil Taranto, ha spiegato che la decisione aziendale è maturata a causa del drastico calo del fatturato, sceso ben al di sotto delle soglie di equilibrio previste dal piano di risanamento. Tuttavia, al termine di un confronto serrato, le organizzazioni sindacali sono riuscite a ottenere un impegno significativo: il rinvio dei licenziamenti per i 220 lavoratori coinvolti, guadagnando tempo “almeno per tutto il 2026”. Resta però la preoccupazione per gli effetti del “piano corto” del Governo che, secondo Bardinella, starebbe portando allo spegnimento di parti vitali della fabbrica.

IL TAR DI LECCE E L’EQUILIBRIO TRA SALUTE E PRODUZIONE

Il fronte giudiziario si allarga anche alla giustizia amministrativa. Il Tar di Lecce ha fissato per il prossimo 19 maggio l’udienza di merito sul ricorso presentato da diverse associazioni locali, tra cui Medici per l’Ambiente-Isde e Giustizia per Taranto. I ricorrenti chiedono l’annullamento del decreto ministeriale del 25 luglio scorso con cui è stata rilasciata l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). Secondo l’ordinanza del tribunale amministrativo, le censure mosse in punto di fatto e di diritto richiedono un approfondimento complesso, data la rilevanza degli interessi contrapposti: da una parte il diritto costituzionale alla salute e alla tutela del territorio, dall’altra l’interesse nazionale alla continuità produttiva di un impianto considerato strategico e la necessità di salvaguardare i livelli occupazionali attuali.

FINCANTIERI RESTA CLIENTE E FEDERACCIAI CERCA NUOVI PARTNER

In questo scenario di incertezza, si chiariscono anche le posizioni dei grandi player industriali italiani. Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, ha smentito categoricamente le voci di un possibile coinvolgimento del gruppo nel salvataggio dell’acciaieria. “Noi siamo un compratore di acciaio, siamo un cliente storico e continueremo a esserlo, ma non abbiamo nessuna postura di diventare imprenditori nel settore”, ha dichiarato Folgiero a margine del Forum Difesa a Roma. Pur acquistando circa 150mila tonnellate di lamiera all’anno dall’Ilva a filiera corta, il gruppo navalmeccanico non intende entrare nella gestione operativa. Intanto, Federacciai si sta muovendo per trovare un partner industriale italiano che possa affiancare il fondo americano Flacks, attuale potenziale acquirente. Come riportato dal “Corriere della Sera”, durante un vertice straordinario sono stati sondati attori come Acciaierie Venete, Feralpi, Pittini e Marcegaglia. Quest’ultima ha confermato l’interesse esclusivamente per alcuni asset, come i tubifici, mentre Metinvest e Danieli osservano la situazione. Gli industriali chiedono però garanzie precise sulla quota di partecipazione pubblica e sulle tempistiche reali per l’installazione dei nuovi forni elettrici necessari al rilancio.

LA SFIDA DEL PIANO INDUSTRIALE E IL NODO SINDACALE

La risoluzione della crisi passa inevitabilmente per un piano industriale chiaro, che al momento sembra mancare. Rocco Palombella, leader della Uilm, ha lanciato un avvertimento diretto: “Il tempo scorre insieme con il contatore delle perdite”. Prima di cercare azionisti di minoranza, i sindacati chiedono risposte su quando ripartirà l’altoforno Afo2 e su come verranno gestiti gli investimenti tecnologici. Il fondo Flacks viene considerato solido finanziariamente, ma il comparto siderurgico ritiene indispensabile l’apporto di un know-how tecnico profondo, tipico dei produttori storici, per evitare il dissesto definitivo di uno stabilimento che, nonostante le difficoltà, rimane il fulcro dell’industria pesante italiana.

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