Il manager di Basf analizza con Energia Oltre le vulnerabilità del Continente tra costi dell’energia record e il rischio concreto di una deindustrializzazione irreversibile dettata da barriere normative e asimmetrie fiscali.
L’industria chimica non è solo un comparto manifatturiero, ma la base abilitante su cui poggiano le filiere tecnologiche del futuro: dalle pale eoliche ai semiconduttori, fino alle batterie per le auto elettriche. Eppure, l’Europa si trova oggi a un bivio pericoloso, schiacciata tra prezzi energetici fuori mercato e un sistema di tassazione sulle emissioni che rischia di spingere le produzioni verso Cina e Stati Uniti. In questo colloquio, Filippo Bertacchini, Head of Communications and Government Relations, traccia una fotografia nitida delle sfide che attendono il sistema produttivo europeo. Con il 75% delle chiusure mondiali nel settore chimico concentrate proprio nel Vecchio Continente nell’ultimo anno, Bertacchini spiega perché la difesa della chimica sia, a tutti gli effetti, la difesa dell’autonomia strategica dell’Europa e della sua capacità di guidare la transizione green senza diventarne una vittima economica.
D:Iniziamo la nostra intervista parlando di sovranità industriale e autonomia strategica europea. In questo scenario qual è il ruolo del settore chimico? Penso in particolare, ma non solo, a filiere come l’energia eolica, le batterie di accumulo, i semiconduttori e i pannelli solari.
R: L’industria chimica è alla base di tutte le filiere produttive e di tutte le industrie, quindi anche alla base degli esempi che lei mi chiedeva. In particolare, per esempio, sulle nuove tecnologie legate alla produzione energetica, le batterie per esempio, la chimica è fondamentale. L’accumulatore della batteria è fondamentalmente una macchina chimica, ma anche se pensiamo alle pale eoliche, la struttura con cui vengono realizzate queste e anche le tecnologie di controllo delle pale eoliche sono tutte basate sulla chimica, quindi se vogliamo una sostenibilità e una rivoluzione energetica verso il green, dobbiamo per forza pensare alla chimica come base abilitante. È evidente che se vogliamo essere indipendenti come Continente e come paese, la chimica è fondamentale per le nostre industrie che sono impegnate in questi settori.
D: Stiamo sul tema della transizione energetica. Possiamo affermare che non esiste appunto transizione energetica senza il settore industriale? E in quali ambiti questo contributo è più determinante?
R: Assolutamente lo possiamo affermare con sicurezza e con certezza. Faccio un esempio: l’auto elettrica di cui tanto si parla e che è diventato ormai lo standard di fatto per i nuovi modelli, che siano totalmente elettrici o ibridi. La batteria è un componente che appunto, vive con reazioni chimiche e basti pensare che nell’auto elettrica ci sono 2,5 volte la chimica che era presente nelle auto normali. È un prodotto di consumo, è un prodotto di largo impiego, è un prodotto che è sicuramente mass market, l’auto, è un’industria strategica perché comunque traina tantissime sottocategorie di industria per la componentistica e via dicendo, quindi per esempio l’auto elettrica senza la chimica non può esistere.
D: Ora vorrei parlare con lei di una dichiarazione rilasciata dal CEO di BASF Marcus Kamit e anche Presidente di CEFIC lo scorso 11 febbraio ad Anversa: “L’Europa sta perdendo capacità industriale a una velocità che non abbiamo mai conosciuto prima”. Questa citazione ci permette di fare una riflessione sulle vulnerabilità del settore industriale europeo. Penso per esempio, ma non solo, alle catene di approvvigionamento asiatiche. Quindi le chiedo, in che modo il settore chimico affronta queste sfide?
R: Prima di andare a commentare quanto detto dal nostro CEO Marcus Kamit, do due numeri: Nel 95% dei prodotti di uso quotidiano c’è un prodotto chimico. Il 75% delle chiusure annunciate nel settore chimico a livello mondiale l’anno scorso erano concentrate in Europa. Questi due dati già fanno immediatamente capire qual è il rischio che corriamo come Continente, cioè di diventare dipendenti da qualcun altro che produca per noi i prodotti che servono a tutte le nostre filiere industriali. Marcus Kamit l’ha detto molto bene ad Anversa un paio di settimane fa: molto spesso guardiamo alla competizione estera come un problema, in realtà non è la competizione all’estero il problema. Il problema sono le barriere che ci auto-mettiamo nel nostro Continente. Non abbiamo un mercato unico veramente tale, abbiamo una serie di regolamenti e leggi che non favoriscono la produzione industriale. Ne cito uno: il tema degli ETS e del CBAM cioè dei modelli di calcolo del carbonio e dei pagamenti che dobbiamo fare per le emissioni che ci rendono assolutamente non competitivi rispetto alle aziende che sono e che producono in Cina piuttosto che negli Stati Uniti. Questo deve cambiare ma deve cambiare direttamente da noi. Siamo noi gli artefici del nostro cambiamento e del nostro successo.
D: L’ultima domanda della nostra intervista riguarda i prezzi dell’energia che sono un capitolo di grandissimo interesse per tutti. In che modo i prezzi dell’energia stanno incidendo sulla competitività dell’industria europea e quali possono essere le conseguenze per il settore produttivo?
R: I prezzi di energia in Europa sono troppo alti, questo ormai è un dato di fatto riconosciuto e questo influisce molto pesantemente su tutte le industrie e soprattutto quelle che sono altamente energivore, come per esempio l’industria chimica, ma penso anche all’acciaio e ad altre industrie. L’Europa deve fare qualche cosa per tornare ad avere un prezzo dell’energia accettabile e competitivo con le altre geografie, bisogna continuare sicuramente con gli investimenti sulle rinnovabili, ma bisogna anche ripensare probabilmente alle scelte fatte in passato sul nucleare. Le politiche energetiche per l’abbassamento del prezzo dell’energia per le aziende, ma anche per le famiglie, deve essere una delle priorità nei prossimi anni. Non abbiamo la bacchetta magica, non esiste una soluzione che cambierà lo scenario in poco tempo, ma bisogna pensare a questo tema come un tema di sovranità ed indipendenza strategica. Inoltre, l’industria paga anche le emissioni del carbonio legate ai consumi energetici e alle produzioni, quindi noi in realtà in questo momento abbiamo una doppia non-competitività. Il prezzo d’energia è molto alto e le tasse sulle emissioni. Dobbiamo ripensare questo sistema, non possiamo chiedere alle aziende di compensare una doppia non-competitività, altrimenti il risultato sarà che le aziende dovranno interrompere le produzioni in Europa e questo ci porterà ad essere indipendenti da altre da altre geografie, sia la Cina che sia negli Stati Uniti.

