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Crisi energetica Germania

Germania sotto shock energetico: il blocco di Hormuz spinge il diesel a 2,14 euro e frena la crescita

L’industria tedesca e le associazioni agricole temono rincari a catena sui prodotti alimentari e sui fertilizzanti. L’Handelsblatt lancia l’allarme sulla paralisi del Golfo mentre l’Iraq dimezza la produzione di greggio.

Il nuovo epicentro della tensione energetica globale si trova nello stretto braccio di mare che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Con il traffico navale quasi completamente fermo nello Stretto di Hormuz e con diversi impianti petroliferi della regione colpiti o costretti a interrompere le attività, i mercati dell’energia sono entrati in una fase di forte turbolenza.

Il quotidiano economico tedesco Handelsblatt fa il punto della situazione in un’analisi allarmata, partendo dalla circostanza che il prezzo del greggio ha già reagito con oscillazioni violente: lunedì mattina il Brent era salito fino a 120 dollari al barile per poi ridiscendere attorno ai 100 dollari, livelli che non si vedevano dall’estate del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva innescato gravi problemi di approvvigionamento.

Secondo l’Handelsblatt, l’escalation militare legata al conflitto con l’Iran “ha materializzato uno scenario che molti analisti temevano fin dall’attacco di Hamas contro Israele” del 7 ottobre 2023: la paralisi della principale arteria energetica del pianeta. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita infatti circa un quarto del petrolio trasportato via mare a livello mondiale. La quasi totale sospensione del traffico ha quindi aperto “una nuova crisi energetica”, destinata a produrre effetti “non solo sui mercati petroliferi ma sull’intera economia globale”.

STRETTO DI HORMUZ, TRAFFICO QUASI FERMO

Da circa una settimana il passaggio marittimo è di fatto bloccato. Citando dati di Bloomberg il quotidiano di Düsseldorf riporta che solo poche imbarcazioni legate all’Iran continuano a transitare nella zona, mentre le compagnie di navigazione internazionali hanno sospeso i viaggi a causa dell’elevato rischio per equipaggi e carichi. L’ultima petroliera non iraniana ad attraversare lo stretto sarebbe stata una nave greca che ha navigato mantenendo spenti i sistemi di tracciamento.

Le tensioni militari, con l’utilizzo di missili e droni, rendono la rotta estremamente pericolosa. Gli Stati Uniti hanno annunciato la creazione di un sistema di riassicurazione marittima per coprire eventuali perdite fino a 20 miliardi di dollari, ma secondo diversi operatori del settore questo strumento non basterà a ristabilire la fiducia necessaria per riprendere le rotte.

L’Handelsblatt irrobustisce la sua analisi dando voce ad alcuni esperti internazionali. Arne Lohmann Rasmussen, analista capo della società di investimento danese Global Risk Management, spiega che l’eventuale introduzione di convogli navali scortati non risolverebbe automaticamente il problema. “Le navi che viaggiano insieme”, osserva, “diventerebbero obiettivi relativamente facili finché l’Iran manterrà la capacità di colpire l’area con missili e droni”.

Alcuni analisti ipotizzano comunque una progressiva normalizzazione della situazione. Warren Patterson, della banca ING, afferma che “nello scenario di base si prevedono due settimane di blocco quasi totale seguite da un periodo in cui il traffico potrebbe riprendere solo parzialmente”. Anche in quel caso, tuttavia, “la catena logistica globale del petrolio continuerebbe a subire forti tensioni”.

INFRASTRUTTURE COLPITE, PRODUZIONE IN CALO

La crisi non riguarda soltanto il trasporto marittimo. Gli sviluppi degli ultimi giorni descrivono un quadro sempre più drammatico. L’Handelsblatt lo riassume così: diversi impianti energetici della regione hanno già subito danni diretti. In Arabia Saudita, ad esempio, l’attacco iraniano ha costretto alla sospensione delle attività della raffineria di Ras Tanura, la più grande del Paese.

Nello stesso fine settimana le autorità saudite hanno dichiarato di aver intercettato droni diretti verso il giacimento di Shaybah, capace di produrre circa un milione di barili al giorno. Episodi simili si sono verificati anche in altri Paesi del Golfo: in Qatar è stato colpito un importante terminale di esportazione di gas naturale liquefatto, mentre in Bahrein un missile ha provocato un incendio in un’unità di raffinazione.

Secondo Rasmussen, “incidenti di questo tipo potrebbero ripetersi nelle prossime settimane”. A complicare ulteriormente il quadro c’è il blocco logistico: il petrolio prodotto nei Paesi della regione non riesce a lasciare i terminali e i depositi stanno rapidamente riempiendosi. Di conseguenza diversi produttori hanno iniziato a ridurre l’estrazione e la lavorazione del greggio.

Bloomberg stima che la produzione irachena, secondo maggiore produttore del Medio Oriente, sia “già diminuita di circa 2,5 milioni di barili al giorno, pari a oltre la metà del totale”. Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno annunciato a loro volta riduzioni della produzione. Gli analisti di JP Morgan, citati dal quotidiano tedesco, ritengono che “entro pochi giorni il taglio complessivo potrebbe superare i quattro milioni di barili giornalieri”.

PREZZI IN SALITA E RICERCA DI ALTERNATIVE

Per limitare gli effetti del blocco – riprende l’Handelsblatt – alcuni Stati del Golfo stanno cercando percorsi alternativi. L’Arabia Saudita, ad esempio, sta convogliando parte del petrolio verso il Mar Rosso attraverso un oleodotto che consente di esportare circa 2,3 milioni di barili al giorno. La quantità resta tuttavia ben inferiore ai circa sei milioni che normalmente transitavano attraverso Hormuz.

Anche gli Emirati Arabi Uniti dispongono di una pipeline che aggira lo stretto, ma la capacità si ferma a circa 1,5 milioni di barili quotidiani. Inoltre le rotte alternative non sono prive di rischi: le petroliere dirette verso il Mar Rosso devono attraversare lo stretto di Bab al-Mandab, dove operano milizie Houthi sostenute dall’Iran.

In questo scenario, secondo il quotidiano tedesco, i prezzi del petrolio potrebbero continuare a crescere. ING non esclude che il Brent 2possa avvicinarsi ai livelli record se le interruzioni delle forniture dovessero prolungarsi per mesi”. Il massimo storico resta quello del 2008, quando il barile raggiunse 147,50 dollari.

Anche un eventuale rilascio coordinato di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi del G7 avrebbe effetti limitati, osserva ancora l’analista danese Rasmussen: “I mercati si aspettano già una misura di questo tipo”.

L’IMPATTO SUI CONSUMATORI TEDESCHI

Le conseguenze si fanno sentire anche sui consumatori. In Germania il prezzo medio del diesel alle stazioni di servizio si avvicina ai 2,14 euro al litro, mentre la benzina E10 sfiora i due euro. Ma l’impatto potrebbe estendersi ben oltre il settore dei trasporti: l’industria alimentare tedesca e le associazioni agricole avvertono che l’aumento dei costi energetici e le difficoltà nel commercio dei fertilizzanti potrebbero tradursi in rincari per i prodotti alimentari.

Secondo la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva “un aumento globale dei prezzi dell’energia del 10% protratto per un anno potrebbe far salire l’inflazione mondiale di circa 0,4 punti percentuali e ridurre la crescita economica fino allo 0,2%”. Un segnale di quanto la nuova crisi energetica rischi di ripercuotersi ben oltre il mercato petrolifero, conclude il quotidiano tedesco.

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