Mentre il DIW stima danni per 22 miliardi di euro a causa delle tensioni in Medio Oriente, la locomotiva d’Europa si scopre ancora vulnerabile nonostante i nuovi piani di approvvigionamento.
Mentre il conflitto in Iran continua a scuotere i mercati energetici internazionali, la Germania si trova a fare i conti con la fragilità della propria economia. L’Istituto per la ricerca economica di Berlino (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung, Diw) non usa mezzi termini nel tracciare i possibili scenari: l’ipotesi peggiore parla di un’impennata dei prezzi di petrolio e gas capace di soffocare la crescita. In questo quadro, il rischio concreto è che il paese scivoli nuovamente in una “stagnazione con tratti recessivi”, frenando bruscamente un percorso di ripresa già complesso.
LO SCENARIO DELLO SHOCK ENERGETICO
Lo scenario più critico elaborato dal Diw presuppone che la guerra prosegua per almeno altri due trimestri, mantenendo elevata la pressione sui mercati energetici. In questo caso più sfavorevole, il rincaro dell’energia legato al conflitto potrebbe dimezzare l’espansione del prodotto interno lordo nell’anno in corso, portandola ad appena lo 0,5% e causando un danno economico stimato in circa 22 miliardi di euro.
Il responsabile di macroeconomia del Diw, Alexander Kriwoluzky, ha parlato apertamente di una “moderata recessione”, segnalando come l’impatto dello shock energetico rischi di interrompere la fragile ripresa avviata dopo anni di crescita debole. Geraldine Dany-Knedlik, responsabile delle analisi congiunturali dell’istituto berlinese, definisce il conflitto come “il rischio maggiore” per l’economia tedesca. Non sarebbe soltanto l’aumento dei prezzi dell’energia a pesare sulle prospettive, ma anche “le possibili reazioni delle banche centrali: eventuali rialzi dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione potrebbero infatti comprimere ulteriormente investimenti e consumi”.
Nello scenario pessimistico descritto dal Diw, “il prezzo del petrolio aumenterebbe mediamente del 27% rispetto ai livelli precedenti al conflitto”, mentre quello del gas potrebbe “salire addirittura dell’81%, sulla base delle aspettative incorporate nei mercati”. Le simulazioni si fondano su un modello già utilizzato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che considera non solo commercio e catene di approvvigionamento, ma anche le reazioni di famiglie e imprese a rincari energetici prolungati.
L’effetto principale sarebbe “un’accelerazione dell’inflazione: il tasso dei prezzi al consumo risulterebbe superiore di 0,8 punti percentuali, raggiungendo il 2,8% nell’anno in corso”. Una dinamica che ridurrebbe il potere d’acquisto delle famiglie e aumenterebbe l’incertezza per il settore industriale.
UNO SCENARIO MENO SEVERO RESTA POSSIBILE
Il Diw non esclude tuttavia un’evoluzione più favorevole. Nel secondo scenario, gli economisti ipotizzano che il picco dei rincari energetici sia già stato raggiunto e che le quotazioni si stabilizzino nei prossimi mesi. In questa ipotesi, l’impatto sulla crescita sarebbe “limitato a una riduzione di uno o due decimi di punto percentuale, mentre l’inflazione aumenterebbe di circa 0,4 punti”.
A sostegno di questa lettura relativamente ottimistica, il Diw ricorda come la struttura degli approvvigionamenti energetici tedeschi sia profondamente cambiata rispetto al biennio 2022-2023, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva colpito duramente un sistema produttivo ancora fortemente dipendente da gas e petrolio provenienti da Mosca. Oggi la quota di combustibili fossili importati dalla regione del Golfo Persico risulta sensibilmente ridotta, rendendo il tessuto industriale nazionale meno esposto alle turbolenze che attraversano quella parte del mondo.
Anche in questo caso, però, il quadro resta prudente. Veronika Grimm, docente di economia politica all’Università di Erlangen-Norimberga e tra le voci più autorevoli nel dibattito energetico tedesco, sottolinea che i rischi sono gravi, soprattutto “per la quota rilevante di forniture acquistate sui mercati spot, prive della protezione offerta dai contratti pluriennali”. L’economista segnala inoltre possibili ricadute indirette sul comparto dei fertilizzanti, “con effetti ritardati ma potenzialmente gravi sui prezzi alimentari a livello globale”, in particolare nei Paesi a basso reddito e del Sud del mondo.
LE PREVISIONI DELL’IFO TRA ENERGIA E INFLAZIONE
Il Diw non è il solo a stimare l’impatto dello shock energetico sull’economia tedesca. La guerra in Medio Oriente e il rialzo dei prezzi dell’energia spingono anche l’ifo Institut a rivedere al ribasso le previsioni di crescita della Germania. L’istituto di Monaco, che ha presentato il suo rapporto proprio questa mattina, stima ora un aumento del Pil dello 0,8% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027, circa 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime precedenti in caso di aumento temporaneo dei prezzi energetici. Secondo il responsabile delle analisi congiunturali dell’ifo, Timo Wollmershäuser, l’inflazione potrebbe salire fino a circa il 2,5% se i prezzi di petrolio e gas dovessero ridursi nuovamente nelle prossime settimane.
Se invece i prezzi delle fonti fossili restassero elevati più a lungo sui livelli attuali, l’inflazione potrebbe avvicinarsi al 3%. In questo scenario più negativo, la crescita economica verrebbe ulteriormente frenata: al 2026 il Pil aumenterebbe solo dello 0,6%, mentre nel 2027 la crescita scenderebbe allo 0,8%. Anche a Monaco dunque i ricercatori proiettano le proprie stime utilizzando due scenari.
Secondo l’ifo Institut, l’economia tedesca aveva avviato un percorso di ripresa alla fine del 2025, sostenuto dall’aumento del Pil reale, da una maggiore utilizzazione delle capacità produttive e dal miglioramento degli ordini nell’industria e nelle costruzioni. Nonostante lo shock sui prezzi dell’energia, l’istituto ritiene che la ripresa possa proseguire nel corso dell’anno, anche grazie all’aumento della spesa pubblica per infrastrutture, transizione climatica e difesa.
PROSPETTIVE DI CRESCITA RIDIMENSIONATE
Alla luce delle nuove incertezze, il Diw conferma una revisione al ribasso delle prospettive di crescita per il 2026, con un Pil previsto in aumento dell’1%, contro l’1,3% stimato tre mesi fa. La correzione riflette solo in parte gli effetti della guerra in Iran, ma evidenzia un contesto economico complessivamente più vulnerabile.
Nel medio periodo resta comunque possibile un recupero: qualora lo shock energetico si attenuasse, nel 2027 la crescita potrebbe raggiungere l’1,6%, accompagnata da un rallentamento dell’inflazione fino all’1,6%. “Il sostegno alla crescita”, scrivono i ricercatori del Diw, “proviene principalmente dalla politica di bilancio espansiva adottata dal governo federale, con investimenti crescenti in infrastrutture e difesa”. Ma il rimbalzo dipenderebbe tuttavia dalla stabilizzazione geopolitica e dal graduale riassorbimento delle tensioni sui mercati energetici.
Il Diw conclude con uno sguardo globale. A livello mondiale, la crescita del Pil rimane attesa al 3,3% sia per quest’anno sia per il prossimo, con l’Asia identificata come l’area geografica più esposta alle conseguenze del conflitto, in ragione della sua elevata dipendenza dalle importazioni energetiche.


