Scenari

Bnp Paribas sceglie di finanziare la transizione energetica

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L’amministratore delegato di Bnp Paribas,  Jean-Laurent Bonnafe: “Determinati a rinforzare la transizione verso un mondo più sostenibile”

 

Bnp Paribas, la più grande banca quotata in Francia, ha annunciato che non lavorerà più con le aziende petrolifere e quelle del gas che fanno affari con lo shale e al contrario aumenterà il sostegno alle energie rinnovabili. Allo stesso tempo non finanzierà più nemmeno nuovi progetti che riguardano il trasporto o l’esportazione di petrolio e gas prodotto da sabbie bituminose o da scisto e progetti di prospezione o produzione di gas e petrolio nell’Artico. Continuerà, invece, la sua attività nelle aree tradizionali del settore idrocarburi.

shale gasL’annuncio giunge al momento giusto, appena due mesi prima del Vertice sul clima di Parigi, che si terrà per iniziativa del Presidente francese Emmanuel Macron il 12 dicembre. “Siamo un partner di lunga data nel settore energetico e siamo determinati a rinforzare la transizione verso un mondo più sostenibile”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Bnp Paribas Jean-Laurent Bonnafé ammettendo l’allineamento delle proprie attività di finanziamento e investimento “allo scenario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi entro la fine del secolo”.

Finanziare l’economia nel XXI secolo per accelerare la transizione energetica

Su Linkedin Bonnafé ha chiarito che “finanziare l’economia nel XXI secolo è un mezzo per accelerare la transizione energetica. Il mio punto di vista come banchiere, ma anche come ingegnere per formazione – ha aggiunto –, è che la transizione energetica ora è l’altro nome per lo sviluppo economico”, ha detto ricordando che la banca si è posta l’obiettivo interno della neutralità delle emissioni di carbonio entro la fine del 2017 e ha deciso di “non finanziare più le miniere di carbone e le centrali elettriche a carbone in tutto il mondo e di finanziare solo quelle imprese del settore che si impegnano a una strategia di diversificazione delle fonti di produzione”.

rinnovabiliLaurence Pessez, direttore del settore responsabilità sociale di BNP Paribas, ha confidato che la scelta “è condivisa dall’ecosistema, dalle associazioni, ma anche dai nostri principali clienti di energia, che stanno rapidamente cambiando il loro modello di business. Siamo selettivi e non ci impegniamo con attori che non sono in transizione. Si tratta di una rinuncia limitata a breve termine alle attività, ma sarà compensata da nuovi progetti, ad esempio nel settore delle energie rinnovabili”.

Le banche più attive nel settore

Parlando di numeri, i 37 maggiori istituti mondiali hanno sovvenzionato queste attività con 87 miliardi di dollari nel 2016, in calo del 22% rispetto al 2015. Negli ultimi tre anni – quando complessivamente si sono registrati finanziamenti per 290 miliardi – le banche più attive nel settore sono state Bank of China, China Construction Bank e JpMorgan Chase, con oltre 20 miliardi ciascuna mentre Bnp si è piazzata 15esima, con 7,84 miliardi di dollari distribuiti. L’impatto immediato della nuova politica sarà probabilmente limitato, in quanto BNP Paribas è relativamente poco esposta in questi settori: inoltre la banca francese nel 2012 ha ceduto a Wells Fargo le attività nordamericane nei prestiti reserve-based, molto utilizzati dalle compagnie dello shale. In ogni caso la mossa francese dimostra che le istituzioni finanziarie esaminano con sempre più attenzione i “rischi climatici” nelle loro attività di investimento e di finanziamento.

L’Europa ha detto no allo shale, a vantaggio del gas russo e del Gnl Usa

Ma se da un lato la banca francese ha scelto questa via, conformandosi di fatto all’Europa che già da tempo ha scelto di non estrarre shale gas dai suoi territori, c’è un paese come gli Stati Uniti che sta vivendo una vera e propria “Golden age non solo in casa propria ma anche all’estero: l’Ambasciatore degli Stati Uniti John Desrocher, ad esempio, ha espresso la volontà del suo paese di assistere l’Algeria nello sviluppo del settore shale gas. “Gli Stati Uniti hanno accumulato una certa esperienza in questo settore e sono disposti a condividerla, se gli algerini saranno d’ accordo”, ha detto rispondendo alle domande della stampa durante la visita alla Camera di Commercio e Industria di Oranie (OCIC). Desrocher ha aggiunto che il suo paese è disposto a discutere di un vero e proprio partenariato.

gasLa posizione europea sullo shale porta, tuttavia, da un lato ad avvicinarsi ai russi ma dall’altro anche a considerare alternative che vengono fornite proprio dal Gnl made in Usa estratto attraverso il fracking vietato nel Vecchio Continente soprattutto per ragioni ambientali. Nel 2016 il gigante russo Gazprom ha fornito un terzo del consumo del continente europeo, complessivamente 180 miliardi di metri cubi all’Europa e alla Turchia, grazie innanzitutto al prezzo: il gas russo in Europa costa il 20% in meno dei concorrenti. La caduta del rublo permette infatti a Gazprom di realizzare un profitto e quindi di abbassare i prezzi. Mentre fino a qualche tempo fa l’altra ragione, non meno importante, era l’assenza di alternative. Se le esportazioni della Norvegia sono al massimo e l’Algeria non ha effettuato gli investimenti necessari per aumentare la produzione nazionale dei giacimenti tradizionali, a cercare di tagliare il cordone ombelicale con i russi ci hanno pensato la Lituania che importa gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e la Polonia, che importa gas dal Qatar o dalla Norvegia dal 2009. Attualmente, il 40% del fabbisogno polacco è coperto dal gas russo e l’obiettivo è quello di liberarsi da Mosca e porre fine al contratto di fornitura con Gazprom entro cinque anni.