Fact checking e fake news

Bollette e consumi gas in crescita. La questione rifiuti. I numeri di Arera

Arera

È quanto emerge dalla relazione 2019 di AreraBollette elettriche in crescita in tutta l’Eurozona, ulteriormente appesantite dalle imposte e dagli oneri di rete in Italia. Consumi di gas in crescita e prezzi italiani più alti della media Ue per i clienti domestici. Quasi 12 miliardi di investimenti nel settore idrico, sostenuti in parte con i 312 euro della spesa media annua della famiglia tipo e in parte con risorse pubbliche, per fronteggiare la perdita media del 43% di acqua dagli acquedotti. Infine, l’universo frammentato dei rifiuti – con oltre 6.500 operatori e 1.334 enti territorialmente competenti – per il quale il Metodo Tariffario introdotto da ARERA sta cercando di introdurre rapidamente trasparenza e costi standard, vista la disomogeneità di trattamento ancora presente nel Paese. Si passa da situazioni in cui il conferimento nelle discariche ha un valore di 9 €/tonnellata a zone in cui raggiunge i 187 €/tonnellata, così come nei 189impianticensiti,si passa da un minimo di 66 €/tonnellata a un massimo di 193 €/tonnellata. È solo una stringata sintesi dei dati 2019 per elettricità, gas, acqua e rifiuti che ARERA –l’Autorità di regolazione per l’energia e l’ambiente – ha pubblicato nella Relazione Annuale e reso disponibili sul proprio sito web.

ELETTRICITA’: PREZZI IN CRESCITA IN UE PER I CLIENTI DOMESTICI IN GERMANIA I PIU’ ELEVATI

Nel 2019 trend al rialzo per i prezzi al lordo delle imposte e degli oneri per i consumatori domestici di tutta Europa, andamento che in Italia è influenzato anche da un aumento dei prezzi netti(energia e costi di trasporto)più marcato nel nostro Paese. I prezzi finali delle due classi di consumo più rappresentative(consumi annui tra 1.000 kWh e 2.500 kWh/a e tra 2.500 kWh/a e 5.000 kWh/a) si attestano per la prima ancora sotto la media dell’Area euro,rispettivamente a -5% (da -10% del 2018) e la seconda con lieve scarto dall’Area euro(+2%, rispetto a -5% del 2018), in un trend di crescita di cui sarà importante verificare andamento e ragioni. Le classi di consumo successive confermano livelli superiori a quelli dell’Area euro, sia al lordo che al netto di imposte e oneri. Mentre la struttura del prezzo netto è digressiva, la componente fiscale che grava sui consumatori domestici italiani presenta ancora una struttura non digressiva, a differenza di quanto accade nel resto dell’Unione Europea,rispetto alla quale tale componente risulta più alta per le classi a più alto consumo (fino al 20% in più) e viceversa più bassa per le classi inferiori (fino al 25% in meno). L’introduzione della nuova metodologia Eurostat di rilevazione e la conseguente riclassificazione dei clienti per fasce di consumo,nonché l’effettuazione di conguagli in ragione della sopravvenuta prescrizione biennale delle fatture,possono invece avere influenzatola dinamica dei prezzi, storicamente più bassi, della prima classe in Italia (consumi fino a 1.000kWh/a): per quest’ultima si è infatti passati da forti differenziali negativi a decisi distacchi positivi rispetto alla media dell’Area euro. Con l’entrata in vigore e completamento della riforma delle tariffe elettriche introdotta dall’Autorità (1° gennaio 2016) ha avuto inizio il progressivo riallineamento dei corrispettivi di rete applicati alle diverse classi di consumo, che ha contribuito ad avvicinare i prezzi netti italiani a quelli medi europei, grazie al graduale superamento della previgente struttura progressiva delle tariffe. Tra i principali paesi europei, la Germania si conferma il paese con i prezzi più alti per i clienti domestici di energia elettrica per tutte le classi, esclusa la prima con consumi sotto i1.000 kWh/a,dove più cari sono i prezzi di Spagnae Italia. Rispetto alla Germania, i clienti domestici italiani pagano via via prezzi inferiori al diminuire della classe di consumo dal -10% della fascia più alta di consumo al -26% della fascia tra 1.000 e 2.500 kWh/a. Il differenziale fra prezzi domestici italiani e tedeschi si è però assottigliato.

ELETTRICITA’: PREZZI PIU’ ALTI DELLA MEDIA UE PER LE IMPRESE ITALIANE MA RESTA CONVENIENZA RISPETTO A GERMANIA E REGNO UNITO.

Dopo i positivi dati degli anni 2017 e 2018, che avevano visto per il settore industriale una progressiva riduzione del divario tra i prezzi medi lordi del nostro Paese e quelli più convenienti dell’Area euro, per il 2019 si registra una pausa di questa favorevole tendenza. Torna infatti a crescere il divario con i prezzi medi dell’Eurozona, con i clienti industriali che nel 2019 continuano a pagare prezzi più alti di quelli della media dell’Area Euro, per tutte le classi,a causa del rialzo dei prezzi netti (energia e costi di trasporto) e delle imposte e oneri. Per la prima classe di consumo (consumi inferiori a 20 MWh)si è passati, rispettivamente, dal +8% del 2018 al +45% del 2019, mentre per le altre (consumi tra 20-500, 500-2.000, 2.000-20.000 MWh/a) si è passati da circa il +10% del 2018 a valori prossimi al 20%. Anche per le classi con consumi tra i 20.000 e 70.000 MWh/a e da 70.000 a 150.000 MWh/a si passa rispettivamente dal 6% al 18% e dal -12% al +9%. I differenziali di prezzo sembrano tornati su livelli prossimi a quelli registrati nel 2016, anche se restano ancora ben inferiori a quelli degli anni precedenti, quando si attestavano tutti su valori vicini al 30%.Nel dettaglio, nel 2017 i prezzi finali dei clienti industriali italiani avevano beneficiato di diminuzioni dei prezzi netti più spiccate rispetto all’Area euro,almeno per le prime quattro classi, nonché di riduzioni della componente oneri e imposte. Sui valori del 2018, poi, aveva influito positivamente un’ancora più marcata riduzione della componente oneri e imposte, in grado di più che compensare i maggiori aumenti che, invece, avevano riguardato i prezzi netti italiani di quasi tutte le classi. La situazione del 2019 appare, al contrario, determinata sia da ulteriori maggiori aumenti dei prezzi netti rispetto a quelli che hanno interessato l’Area euro, sia da aumenti ancora più consistenti della componente oneri e imposte.I prezzi italiani comunque si confermano più bassi, come di consueto, di quelli dei consumatori industriali tedeschi ad eccezione della prima classe di consumo,ma anche di quelli inglesi almeno per le ultime tre classi di consumo, mentre la Spagna mantiene prezzi più bassi in tutte le classi di consumo e aumenta il divario con i prezzi più bassi della Francia (fino a +60% per le classi a maggiori consumi).

ELETTRICITA’: RINNOVABILI STABILIEUSCITA DAL CARBONE (-46,9%). IN ITALIA CONSUMI A 301 TWH (-1%), META’ DELLA PRODUZIONE DA GAS.

Nel 2019 i consumi di energia elettrica (301,4 TWh) registrano una lieve diminuzione del -1% (contro il +0,5% del 2018), dovuta principalmente al calo dei consumi nel settore agricolo e industriale (-2% ciascuno), parzialmente compensati da quello domestico (+1%). L’88% della domanda nazionale è stata soddisfatta dalla produzione interna, in aumento di circa un punto percentuale, riducendo l’import (-7%) e aumentando l’export (+78% ma sempre limitato in valori assoluti). La produzione nazionale lorda si è mantenuta pressoché costante, da 289,7 TWh nel 2018 a 291,7 TWh nel 2019 (+0,7%).Le rinnovabili tengono (+0,4%) nonostante la contrazione dell’idroelettrico (dopo il boom del 2018) a -6,2% e del geotermico (-1,2%). Quasi dimezzata la produzione derivante dal carbone (-46,9%), compensata dall’aumento della produzione a gas naturale (+11,4%) e quella derivante dai prodotti petroliferi (+2,4%). La fonte gas ha assicurato quasi la metà (49,1%) della produzione lorda(dal 44,4% del 2018). La quota di Enel nella produzione è stata del 17% (19,4% nel 2018), ancora in calo. Per la prima volta Enel non ricopre più il ruolo di primo operatore nella generazione termoelettrica, essendo risultata maggiore la produzione di Eni, pur a fronte di una potenza installata inferiore. La quantità di energia elettrica incentivata rimane invariata sui 63 TWh,per un costo del sistema anch’esso stabile sugli 11 miliardi di euro, su un totale di oneri generali di circa 15 miliardi di euro. La quantità di energia elettrica acquistata dal Sistema Italia, invece, è stata pari a 295,8 TWh (+0,1 rispetto al 2018).

ELETTRICITA’: 49,4% DEI CLIENTI DOMESTICI HA SCELTO ILMERCATO LIBERO (+3%)ANCORA IN CRESCITA IL NUMERO DEI VENDITORI A 723 (+88 UNITA’ RISPETTO AL 2018).

Il numero complessivo dei punti di prelievo è rimasto sostanzialmente invariato (-0,2%) a poco meno di 37 milioni, di cui 29,5 milioni domestici e 7,2 milioni non domestici(non domestici a -1,1% rispetto al 2018). L’80,1% dei clienti domestici è residente con una media dei consumi di 2.184 kWh. Dall’analisi dei dati della distribuzione, emerge che i consumi elettrici delle famiglie italiane sono piuttosto contenuti: il 53,5% dei clienti domestici si colloca nella fascia di consumo annuo che non supera i 1.800 kWh e preleva un quarto di tutta l’energia elettrica distribuita ai clienti domestici, mentre il restante 46,5% (con consumi medi superiori a >1.800 kWh) preleva il 73,8% del totale. Le famiglie consumano circa il 22% di tutta l’energia distribuita. Quest’anno, per la prima volta, l’analisi dell’attività di switching comprende dati raccolti presso i distributori e dati provenienti dal Sistema Informativo Integrato. Da questi risulta che nel 2019 lo swicthing delle famiglie è aumentato rispetto al 2018 (14,3% contro il 9,1% del 2018in termini di punti di prelievo e 16,9% contro il 10,2% del 2018 in termini di volumi). Guardando ai dati del mercato finale della vendita, il 49,4% dei clienti domestici si trova nel mercato libero (in aumento rispetto al 46,4% del 2018). Si assottiglia la differenza dei consumi medi tra famiglie nel mercato libero, mediamente 2.063 kWh/anno, e in quello tutelato, 1.869 kWh/anno, segno che se prima si sono spostati i clienti domestici con maggiori consumi ora il processo si sta allargando alle altre famiglie. Lato offerta, anche nel 2019 è cresciuto in maniera decisa il numero dei venditori sul mercato retail (+88 unità nel mercato libero, raggiungendo il numero di 723 operatori)confermando un trend di espansione che procede ininterrottamente dalla liberalizzazione del 2007.

L’operatore dominante dell’intero mercato elettrico italiano resta il gruppo Enel, quest’anno con una quota in lieve discesa dal 37,6% del 2018 a 36% dei volumi venduti seguito a grande distanza da Edison (in aumento al 5,4%)e da Hera al 4,9dal 4,3%. Complessivamente, i primi cinque operatori detengono l’82,5% del settore domestico (l’84,7% nel 2018), anche se complessivamente, rispetto al 2018, si registra una minima diminuzione del livello di concentrazione del mercato, con la quota dei primi tre operatori passata dal 46,8% al 46,3% delle vendite complessive. Nel 2019 il prezzo medio dell’energia elettrica (ponderato con le quantità vendute), al netto delle imposte, praticato dalle imprese di vendita ai clienti domestici, è stato pari a 21,50 c€/kWh nel servizio di maggior tutela e a 24,21c€/kWh nel mercato libero. Il differenziale tra i due mercati, in parte spiegabile con ampie differenze nelle tipologie di contratti disponibili sui due mercati, è risultato quindi di 2,7 centesimi di euro, che scende a 2,6 centesimi se si guarda alla sola componente di costo per la materia energia (10,19 €cent/kWh nella tutela contro 12,81 €cent/kWh nel libero).

GAS: CONTINUA A CRESCERE LA DOMANDA MONDIALE (+3,6%)NUOVO RECORD PER IL GNL, (+13%) RISPETTO AL 2018

È proseguita anche nel 2019 la crescita dei consumi mondiali di gas,arrivati a 3.948 miliardi di m3,con un incremento del 3,6% rispetto al 2018, per 136 miliardi di m3 aggiuntivi a livello globale: l’area OCSE ha contribuito per 63 miliardi di m3 e la Cina per 24 miliardi di m3. All’interno dell’area OCSE, i volumi incrementali sono da attribuirsi in gran parte all’area americana, per 44 miliardi di m3, mentre l’aumento nell’area asiatica ed europea è stato rispettivamente paria 5 e 14 miliardi di m3. In Europa, crescono i consumi nell’UE più del 5%, passando da 470 a 495 miliardi di m3, principalmente per la maggiore domanda del settore termoelettrico, grazie ai prezzi del gas in calo e al contemporaneo rialzo dei prezzi dei permessi di emissione. Anche nel 2019 Stati Uniti e Cina sono stati i due principali centri di crescita dei consumi, nonostante il contesto di debolezza delle economie, un inverno mite in tutto l’emisfero nord e il rilassamento delle politiche governative sulla transizione dal carbone al gas ne abbiano comportato un rallentamento. Per quanto riguarda l’offerta, nel 2019, la produzione OCSE di gas naturale è aumentata di 93 miliardi di m3 rispetto al 2018. La maggior parte della crescita è stata osservata nelle Americhe e più specificatamente negli Stati Uniti, +89 miliardi di m3, grazie all’ulteriore spinta produttiva dello shale gas da fratturazione. Di rilievo è stato anche l’incremento produttivo dell’area Asia Oceania, con l’Australia che ha fatto registrare un incremento del 14,8%, per 22 miliardi di m3, grazie all’avvio di nuovi treni di esportazione di GNL. L’Europa OCSE ha subìto invece un calo del 6,8% nella produzione di gas naturale. Per quanto riguarda il GNL,per il sesto anno consecutivo il commercio ha stabilito un nuovo primato, raggiungendo i 354,7 di milioni di tonnellate, con un incremento di 40,9 Mt dal 2018 (+13%), nonostante il rallentamento della crescita della domanda asiatica, sulla quale hanno pesato l’indebolimento della conversione dal carbone al gas, l’aumento delle rinnovabili nel mix energetico e la debolezza più generale delle economie. Il nuovo record della domanda mondiale di GNL è legato al forte incremento delle importazioni europee, che sono quasi raddoppiate, raggiungendo un totale di 86 milioni di tonnellate nel 2019. La combinazione della forte crescita dell’offerta mondiale con il rallentamento della domanda asiatica ha infatti permesso all’Europa di beneficiare di abbondanti arrivi a prezzi molto bassi. Altri mercati chiave nella crescita mondiale del GNL sono stati la Corea del Sud, l’India, il Pakistan e il Bangladesh.

GAS: IL 95,4% DA IMPORTAZIONI, DI CUI IL 46% DALLA RUSSIA NEL 2019 IN ITALIA CONSUMI A 71,9 MILIARDIDI METRI CUBI(+2,2%)

Nel 2019 il consumo netto di gas naturale in Italia è aumentato di 1,6 miliardi di m3, attestandosi a 71,9 miliardi di m3,dai 70,3 del 2018. In termini percentuali, il consumo ha registrato una crescita del 2,2%, recuperando quindi una parte della perdita dell’anno precedente (-3,2%). A trainare la crescita sono stati i consumi della generazione elettrica che hanno registrato una netta impennata (+11%). Stabili (+0,2%) sono risultati invece i consumi degli altri usi, che contengono in particolare quelli per autotrazione, mentre i consumi civili (residenziale e terziario) hanno subito una contrazione del -3,1% rispetto al 2018, principalmente a causa di un andamento climatico sfavorevole ai riscaldamenti: il 2019 infatti è stato, ancora una volta, un anno molto caldo. In calo infine anche i consumi industriali (-1,7%).Nel 2019 la produzione nazionale ha subito un nuovo marcatocalo (-10,9%) rispetto al 2018, attestandosi a 4,85 miliardi di metri cubi, soprattutto per la riduzione della produzione in mare (-13%), mentre quella in terraferma è cresciuta del 5%.Il grado di dipendenza dall’estero è cresciuto nuovamente e ha raggiunto il massimo storico toccando il 95,4% (93,4% nel 2018).

Le importazioni nel 2019 hanno raggiunto i70,9 miliardi di metri cubi, in aumento del 4,5% rispetto al 2018. Con l’eccezione dei volumi provenienti dall’Algeria, che sono diminuiti del 25,6% rispetto al 2018, sono cresciute le importazioni da tutti gli altri paesi da cui l’Italia acquista il gas.Il gas che è venuto a mancare dall’Algeria(4,6 miliardi di m3), è stato più che compensato dai più elevati volumi provenienti dagli altri tradizionali paesi da cui l’Italia importa il gas. Infatti, nel2019 abbiamo importato: 3 miliardi di m3 in più dalla Norvegia, 1,2 in più dalla Libia, 0,5 in più dall’Olanda e 0,2 in più dalla Russia; sono inoltre aumentati di circa 2,7 miliardi di m3 (cioè del 125%) i volumi provenienti dalle altre zone(significativi i carichi di GNL provenienti da Trinidad & Tobago, per 1,4 miliardi di m3, e 1,6 miliardi di m3 dagli Stati Uniti, consegnati presso il terminale di Livorno).Nel 2019, quindi, il peso della Russia tra i paesi che esportano in Italia è leggermente diminuito al 46% (era al 47,7% nel 2018),mentre la quota dell’Algeria è scesa dal 26,5% al 18,8%. Il terzo paese per importanza è il Qatar da cui arriva il 9,2% del gas complessivamente importato in Italia (9,6%nel 2018), seguito dalla Norvegia la cui quota è all’8,7% e dalla Libia all’8%. Il 6,8% delle importazioni italiane nel 2019 è arrivato dall’insieme degli altri paesi. Grazie al significativo incremento della quota norvegese, l’incidenza delle importazioni dal Nord Europa (cioè da Norvegia e Olanda insieme) è salita all’11,1%,dal 6,5% del 2018.Il 6% del gas approvvigionato all’estero risulta acquistato presso le borse europee. Le importazioni di Eni rappresentano una quota, in calo, del 47,1% (52,3% nel 2018). Tale quota si mantiene ben al di sopra del punto di minimo toccato nel 2010, quando per effetto dei tetti antitrust stabiliti dal decreto legislativo 164/2000, la porzione di gas estero approvvigionata da Eni era scesa al 39,2%. I primi tre importatori coprono una quota dell’71,6% (83,5% nel 2018) del gas importato.

GAS: IL 56% DELLE FAMIGLIE ÈSUL MERCATO LIBERO IN AUMENTO LA CONCENTRAZIONE DEL MERCATO NONOSTANTE 446 IMPRESE ATTIVE.

Nel settore della vendita, su un totale di 446 imprese attive (+29 rispetto al 2018) soltanto 30 (il 6,7%, era il 7,5% nel 2018) ha venduto oltre 300 milioni di m3. Complessivamente, le 30 società che hanno venduto oltre 300 M(m3) coprono l’82% di tutto il gas acquistato nel mercato al dettaglio. Il 2018 ha visto un leggero aumento di concentrazione sul mercato finale con la quota controllata dai primi 3 gruppi societari salita al 44,3% dal 43,5% del 2018,mentre per i primi cinque gruppi si è passato dal 51,7% al 54,4%. Nessuna variazione emerge nelle prime tre posizioni del mercato finale, nelle quali restano saldi Eni, Edison ed Enel. Rispetto al 2018, le quote dei tre gruppi risultano tutte in sostanziale stabilità o in minimo aumento; infatti la quota del gruppo Eni passa dal 19,2% al 19,4%, quella del gruppo Enel dal 13,2% va al 13,3%, mentre Edison sale dall’11% all’11,7%.In termini di numero di clienti domestici, invece, il 44% si rivolge al mercato tutelato, mentre il 56% acquista nel mercato libero. Coerentemente alle vendite, rispetto al 2018 i clienti che hanno acquistato il gas nel servizio di tutela sono diminuiti dell’11,2%, (tenendo conto dei servizi di default e ultima istanza il calo si riduce di poco a -11%); viceversa i clienti del mercato libero sono complessivamente aumentati del 10,4%.I cambiamenti di fornitore dei consumatori domestici nel 2019 sono saliti di due punti percentuali, confermando e anzi accrescendo la crescita registrata nel 2018.Lo scorso anno, infatti, risultano avere effettuato almeno un cambio di fornitore circa 1 milione e 600mila clienti, equivalenti a una quota dell’8,8%del totale(e corrispondente a una porzione di volumi del 10,9%). Più elevata e pari al 10,1% è stata la frazione di condomini con uso domestico che si è rivolta a un altro venditore, per volumi corrispondenti al 12,4% del relativo settore di consumo. Quest’ultima quota è leggermente inferiore a quella evidenziata nel 2018, mentre il tasso di spostamento in termini di clienti è più elevato rispetto al 2018: ciò significa che stanno cominciando a spostarsi i condomini con i consumi annui di più ridotta dimensione. Il fenomeno è stato probabilmente stimolato dalla fine del servizio di tutela, originariamente programmata per il primo luglio 2019 e ora rinviata al 1° gennaio 2022.

GAS: PER I CLIENTI DOMESTICI PREZZI PIÙ ALTI RISPETTO ALLA MEDIA EU MA DIFFERENZE IN CALOPER ALCUNE CLASSI DI CONSUMO

Nel 2019 i prezzi del gas naturale per i consumatori domestici italiani, comprensivi di oneri e imposte, sono stati più alti della media dei prezzi dell’Area euro per tutte le classi di consumo. Per la prima volta, infatti, anche la prima classe di consumo (meno di 525,36 m3/a) ha conosciuto un differenziale positivo, passando dal -1% del 2018 al +7%. In passato, questa era sempre risultata più conveniente sia al lordo, sia al netto delle imposte, anche se per differenziali negativi contenuti. Per le altre due classi a maggior consumo i divari con la media dei prezzi lordi dell’Area euro però hanno conosciuto una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente: per la classe di consumo 525-5.254 m3/a, che è anche quella che presenta la quota maggiore sul totale dei consumi domestici (72%) il differenziale è stato infatti del +15%, contro il +17% registrato nel 2017; per la classe oltre 5.254 m3 /a (perlopiù riscaldamenti centralizzati) il valore è stato invece del +18%, contro il +22% dell’anno precedente. Anche in termini netti il differenziale con l’Area euro è calato per le classi maggiori consumi, in particolare per l’ultima (dal +10% al +4%). Esso ha tuttavia registrato una forte crescita per la prima classe (+16%, mentre era nullo nel 2018).L’Area euro ha invece registrato prezzi netti sostanzialmente stabili, a eccezione della classe intermedia (+2,8%).Dopo che nel biennio 2017 e 2018 erano tornate adampliarsi le differenze tra i prezzi italiani e quelli dell’Area euro, che invece avevano conosciuto in precedenza un periodo di progressiva riduzione, nel 2019 si assiste dunque a un miglioramento relativo per le ultime due classi, con prezzi finali che crescono meno (per qualche punto percentuale) in Italia rispetto all’Area euro; per la prima classe (da 0 a 525 m3/a), il maggiore aumento del prezzo finale rispetto all’Area euro (+6,4% contro -0,9%), determina per la prima volta un differenziale positivocon l’Area euro.

GAS: PREZZI PIU ALTI PER I CLIENTI INDUSTRIALI. INTERROTTOIL TREND POSITIVO DEGLI ANNI PRECEDENTI

Per i prezzi del gas per i consumatori industriali nel 2019 si interrompe la tendenza, delineatasi negli ultimi anni, secondo la quale le imprese industriali appartenenti alle tre classi a maggior consumo di gas beneficiavano di prezzi lordi più vantaggiosi rispetto a quelli medi dell’Area euro, con differenziali in riduzione, mentre i prezzi per le prime classi erano più alti, con differenziali sostanzialmente stabili. Infatti, per la classe a più alti consumi (cioè con consumi annui compresi tra 26 e 105 milioni di m3) il differenziale è diventato positivo, sia pure con un modesto + 1% (era -5% nel 2018). Per le due classi a più bassi consumi (fino a 263.000 m3/anno) il differenziale mostra un aumento, passando al +18% (era +15%) e al + 6% (era al +4%).Per quanto riguarda i prezzi netti, i differenziali sono invece tutti positivi e compresi tra il +3% della terza classe e il +14% della prima e dell’ultima. Anch’essi sono in leggero aumento rispetto all’anno precedente per quasi tutte le classi

ACQUA: ATTIVATI 12 MILIARDI DI INVESTIMENTI. REALIZZATI L’85% DEGLI INTERVENTI PROGRAMMATI

Le approvazioni delle proposte di aggiornamento biennale delle tariffe per gli anni 2018 e 2019 deliberate dall’Autorità, al 31 dicembre 2019 riguardano 98 gestioni che servono 34.097.585 abitanti (il 59% della popolazione nazionale).Rispetto all’anno precedente, la variazione media delle tariffe approvata è stata del +1,1% nel 2019 (con, in particolare, un incremento medio delle tariffe del 2,1% per circa 24,51 milioni di abitanti e una riduzione del -1,3% per 9,58 milioni di abitanti). Si conferma, dunque, una sostanziale stabilità delle tariffe all’utenza, pur in presenza dell’avviato percorso di miglioramento della qualità del servizio idrico integrato. Con riferimento al secondo periodo regolatorio (considerando l’aggiornamento del fabbisogno di investimenti pianificato dai soggetti competenti per il biennio 2018-2019), i programmi degli interventi trasmessi all’Autorità1portano a quantificare, per il quadriennio 2016-2019, una spesa per investimenti da finanziare attraverso tariffa di 9 miliardi di €; in termini pro capite, 178 €/abitante a livello nazionale, con valori più elevati al Centro, 225 €/abitante. Considerando anche le previsioni in ordine alla disponibilità di finanziamenti pubblici per la realizzazione di infrastrutture idriche, gli investimenti programmati per il quadriennio 2016-2019risultano, in termini pro capite, di 235 €/abitante a livello nazionale, con il valore più elevato nel Sud e Isole (281 €/abitante).La spesa per investimenti, in termini assoluti, inclusa la disponibilità di fondi pubblici, ammonta quindi a 11,9 miliardi di euro€ per il quadriennio (2,2 miliardi nel 2016; 2,8 miliardi nel 2017; 3,5 e 3,4 miliardi di euro, rispettivamente, nelle annualità 2018 e 2019).Inoltre il recepimento della regolazione della qualità tecnica ha portatogli enti di governo dell’ambito -d’intesa con i relativi soggetti gestori -a pianificare, per gli anni 2018 e 2019, ulteriori investimenti rispetto a quelli previsti in sede di prima predisposizione tariffaria, di fatto rideterminando in aumento, di circa il 14%, la spesa per investimenti (coperta da tariffa) inizialmente programmata per il citato biennio 2018-2019.Le verifiche compiute dall’Autorità con riferimento ai costi delle immobilizzazioni inseriti in tariffa per il biennio 2016-2017 hanno evidenziato un tasso di realizzazione degli interventi programmati rispettivamente pari dell’82,8% per il 2016 e dell’85,0% per il 2017, facendo registrare un incremento rispetto ai tassi di realizzazione riferiti alle annualità precedenti (pari all’81,9% per il 2014 e al 77,6% per il 2015).

ACQUA: 312 €/ANNO LA SPESA MEDIA PER LA FAMIGLIA TIPO DI 3 PERSONEPERDITE ACQUEDOTTI AL 43,7%(MAGGIORE VOCE DI SPESA PER GLI INVESTIMENTI).

Con riferimento a un campione di 103 gestioni (che erogano il servizio a oltre 40 milioni di abitanti), per il 2019 la spesa media annua sostenuta da un’utenza domestica residente tipo (famiglia di 3 persone, con consumo annuo pari a 150 m3), ammonta a 312 €/anno a livello nazionale (2,08 €/m3), con un valore più contenuto nel Nord-Ovest(244 €/anno; 1,62 €/m3)e più elevato nel Centro (389 €/anno; 2,59 €/m3), area quest’ultima in cui i soggetti competenti hanno programmato, per il periodo 2016-2019, una maggiore spesa pro capite per investimenti da finanziare attraverso tariffa. Questa spesa è composta, in media, da corrispettivi del servizio acquedotto per il 40%, dei servizi di fognatura e depurazione per il 12% e il 29%,dalla quota fissa per il 10% e da imposte (IVA) per il 9%.Per quanto riguarda uno dei principali indicatori della qualità tecnica, quello delle “Perdite idriche”2,nel 2016(gli ultimi dati tecnici disponibili)si registra un valore delle perdite idriche lineari(calcolato rapportando le perdite totali alla lunghezza della rete) mediamente pari a 24 m3/km/giorno, nonché un valore medio di partenza delle perdite idriche percentuali(calcolato rapportando le perdite totali al volume complessivo in ingresso nel sistema di acquedotto) pari al 43,7%. Si rilevano valori di perdite più contenuti al Nord e valori medi più elevati al Centro e nel Sud e Isole, area quest’ultima dove circa la metà della risorsa idrica immessa nei sistemi di acquedotto viene dispersa. Si conferma ancora l’esistenza, nel Paese, di un water service divide, con valori dei parametri tecnici che tendono generalmente a rappresentare situazioni di maggiore criticità in corrispondenza dell’area Sud e Isole. La distribuzione del fabbisogno di investimenti (al lordo dei contributi) a livello nazionale evidenzia la concentrazione degli sforzi dei gestori al contenimento del livello di perdite idriche, che risulta obiettivo prioritario nelle scelte di pianificazione degli Enti di governo dell’ambito. Complessivamente le risorse destinate agli interventi per il suo miglioramento costituiscono circa un quarto del fabbisogno totale del campione per il biennio 2018-20193), con punte del 32% nel Sud e nelle Isole. Seguono gli investimenti per il miglioramento della qualità dell’acqua depurata e per l’adeguamento del sistema fognario, (in particolare nell’ottica di minimizzare gli allagamenti e sversamenti da fognatura), che si attestano rispettivamente al 19,6% e al 14,1%. Con riferimento alle singole attività del servizio idrico integrato, il fabbisogno nazionale è sostanzialmente equamente distribuito tra obiettivi della fase di acquedotto (42,5%) e obiettivi delle fasi di raccolta e trattamento(46,2%), questi ultimi rivolti, in particolare, a risolvere o prevenire infrazioni rispetto alle Direttive europee.

ACQUA: I SISTEMI IDRICI IN EUROPA

Nell’Unione europea, circa la metà dei paesi risulta dotata di un’autorità nazionale o regionale di regolazione economica indipendente dei servizi idrici, sebbene caratterizzate da differenti competenze e livelli di autonomia. Per quanto riguarda i prelievi pro-capite di acqua dolce per la fornitura di servizi pubblici,a livello europeo il valore medio del 2017 è di 83 m3/abitante (erano 116 m3/abitante nel 2015), con valori che vanno dai 31 di Malta ai 179 della Grecia (nel 2015 il primo paese era la Norvegia con 169 m3/abitante, 147 nel 2017). L’Italia si colloca subito dopo la Norvegia con 156,5 m3/abitante (159 nel 2015).Il nostro è anche il primo Paese per prelievi di acqua a uso potabile(428 m3 per abitante). In riferimento ai consumi per settore,nel 2017 l’agricoltura è il settore al quale è destinata la quota maggiore di risorsa prelevata in Europa (58,3%, era il 40% nel 2015), seguita dalla produzione di energia elettrica (18,2%, 28% nel 2015), dall’uso industriale e dagli usi domestici e servizi (9,6%, era al 12%), con un’erogazione media di acqua alle famiglie europee di circa 152 litri di acqua per persona al giorno (144 nel 2015). I costi pro capite annui del servizio integrato si confermano molto variegati tra paesi. Le tariffe medie dell’Italia e della Spagna nel 2014, ultimo anno disponibile per il dato spagnolo, pari rispettivamente a poco più di 1,5 €/m3 e quasi 2 €/m3 risultano decisamente inferiori rispetto a quelle di Germania e Francia, che si collocano oltre i 4 €/m3.

RIFIUTI: OLTRE 6.550 OPERATORI.GOVERNANCE FRAMMENTATAIN 1334 ENTI.IL METODO TARIFFARIO ARERA SU COSTI EFFICIENTIE OBBLIGHI TRASPARENZA.

Dopo che nell’ottobre 2019 l’Autorità ha approvato il metodo tariffario del servizio integrato di gestione dei rifiuti e gli obblighi di trasparenza verso gli utenti, nel corso dell’anno e dei primi mesi del 2020è proseguita l’attività di ricognizione e monitoraggio del settore, volta all’acquisizione di dati e informazioni inerenti agli impianti di trattamento dei rifiuti urbani–inceneritori, discariche e impianti di trattamento meccanico biologico –e alla qualità del servizio integrato di gestione dei rifiuti urbani e dei singoli servizi che lo compongono. In poco meno di un anno dall’avvio dell’Anagrafica Operatori(luglio 2019) risultano iscritti 6.568 soggetti, di cui 6.530 gestori. Più nel dettaglio, nell’88,2% dei casi si tratta di gestori Enti Pubblici(5.767) e nell’11,8% di gestori aventi diversa natura giuridica (763). L’Anagrafica ha consentito inoltre di avviare una prima mappatura degli Enti Territorialmente Competenti che, ai sensi della regolazione dell’Autorità, sono i soggetti istituzionali responsabili della validazione del Piano Economico Finanziario dell’ambito tariffario di competenza. In particolare, a conferma della complessa frammentazione della governance di settore, si rileva un numero ridotto di Enti di Governo dell’Ambito (45), a fronte di un numero molto elevato (1334) di Enti Territorialmente Competenti(dai dati si può constatare che il 98% di tali Enti coincide con i Comuni). Di interesse è l’elevato numero di Enti territorialmente competenti che è anche gestore, svolgendo direttamente l’attività di gestione tariffe e rapporti con gli utenti (1.270, pari al 19% dei gestori). Con riferimento al numero e alla tipologia di attività svolte, si rileva che la maggioranza dei gestori (pari al 72,6%) sisia accreditato per una singola attività(il 92,3% ha dichiarato di svolgere l’attività di gestione tariffe e rapporti con gli utenti), seguono quelli che dichiarano di effettuare due o più attività (pari al 25%), mentre una percentuale molto inferiore (pari al 2,4%) risulta effettuare tutte le attività del ciclo.

RIFIUTI: FORTI DIFFERENZE DI COSTI PER AREE GEOGRAFICHE GLI INCENERITORITARIFFA MEDIA DI 100€/TONNELLATA; PER DISCARICHE PREZZO MEDIO A 85 €/TONNELLATA

Relativamente agli impianti di trattamento, la raccolta dati ha consentito di analizzare e monitorare le tariffe applicate dagli impianti di trattamento con riferimento all’anno 2017. Sono stati raccolti i dati di 35 impianti di incenerimento, 74 impianti di smaltimento(discariche), e 80 impianti di trattamento meccanico-biologico. L’analisi ha evidenziato l’eterogeneità delle tariffe applicate, anche in relazione all’applicazione di specifiche componenti addizionali (quali contributi ambientali, extraregionali o locali, tributi speciali di discarica, etc, …) che non rendono direttamente confrontabili i prezzi di conferimento applicati dai diversi impianti. Più nel dettaglio:Per gli impianti di incenerimento, si evidenzia che nella maggior parte del territorio nazionale sono definite tariffe amministrate a livello regionale o dall’ente di governo dell’ambito di competenza dell’impianto, sebbene nell’area Nord del Paese, e in particolare in Lombardia, dove peraltro si trova la maggior parte degli impianti di incenerimento, le tariffe risultano non amministrate. Il prezzo medio di conferimento dichiarato dai gestori del Panel è estremamente variabile da impianto a impianto e viene indicato da un minimo di 66 €/tonnellata a un massimo di 193 €/tonnellata. Il prezzo medio di conferimento della totalità degli impianti del Panel è di 100 €/tonnellata. Con riferimento alle discariche, si rileva una situazione fortemente disomogenea: in alcune aree del Paese sono applicate tariffe amministrate che vengono definite a livello regionale o dall’ente di governo dell’ambito, contestualmente all’applicazione diffusa di tariffe non amministrate, in funzione della frazione merceologica. Il prezzo di conferimento dichiarato dai gestori presenta un’estrema variabilità con un valore minimo di 9 €/tonnellata a un valore massimo di 187 €/tonnellata con un prezzo medio di conferimento della totalità degli impianti del Panel che si attesta intorno a 85 €/tonnellata(91 €/ton al Nord, 75 €/ton al Centro e 82 €/ton al Sud);Le tariffe di accesso agli impianti di trattamento meccanico-biologico presentano una significativa variabilità, variando da un valore minimo di 27 €/tonnellata a un valore massimo di 169 €/tonnellata. Il prezzo medio di conferimento degli impianti del Panel si attesta intorno a 126 €/tonnellata(117 €/ton al Nord, 139 €/ton al Centro e 103 €/ton al Sud).

10RIFIUTI: FRAMMENTAZIONE DEL SERVIZIO, PIU’ GESTORI NELLO STESSO COMUNE. PRESTAZIONI DISOMOGENEETRA LE AREE DEL PAESE

Si è chiusa anche la raccolta dati in materia di qualità del servizio integrato di gestione dei rifiuti urbani, a cui hanno partecipato più di 700 operatori che,al 31 dicembre 2018,erogavano il servizio di raccolta e trasporto e/o spazzamento delle strade al 57% della popolazione nazionale(circa 34 milioni di abitanti).Emerge l’elevata frammentazione gestionale del servizio. Spesso le attività ricomprese nel ciclo dei rifiuti urbani, così come individuate nel metodo tariffario dell’Autorità, sono svolte da soggetti diversi. Ne consegue che su uno stesso Comune operano più gestori, uno, per esempio, che effettua la raccolta e il trasporto e l’altro lo spazzamento delle strade. In alcuni casi si assiste perfino allo spacchettamento delle singole attività. In merito all’estensione territoriale dell’affidamento, la maggior parte delle gestioni risultano composte da un solo Comune. I dati acquisiti hanno evidenziato la disomogeneità tra le diverse aree del Paese, in termini di prestazioni garantite dal gestore all’utente. Più nel dettaglio, nelle zone del Nord-ovest e del Nord-est si registra una maggiore diffusione di standard di qualità del servizio rispetto al resto d’Italia(diffusione della Carta della qualità dei servizi,adozione di standard di qualità contrattuale, ecc).Tuttavia, il Sud-Italia risulta compliant con il resto del Paese relativamente all’attivazione di punti di contatto con gli utenti (servizio telefonico e sportello fisico) e all’adozione di procedure per la gestione dei reclami.

TELERISCALDAMENTO: CONFERMATO IL TREND DI CRESCITA

Si conferma il trend di crescita del teleriscaldamento e del teleraffrescamento, in termini di volumetria allacciata ed estensione delle reti. La diffusione del servizio rimane concentrata principalmente nell’Italia settentrionale e centrale: Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Veneto rappresentano, da sole, oltre il 95% dell’energia termica erogata. Dall’analisi dei siti internet degli operatori di maggiori dimensioni (i più rappresentativi del mercato se si considerano volumi erogati) è emerso che, nell’ultimo trimestre del 2019, il prezzo netto (IVA e credito di imposta esclusi) per un utente condominiale di tipo domestico era compreso tra circa 82 e 92 €/MWh. Al riguardo, va comunque evidenziato che le caratteristiche dei sistemi di telecalore (in particolare la tipologia di fonti energetiche utilizzate e il livello di densità termica dell’utenza) possono comportare significative variazioni del costo di erogazione del servizio e che pertanto tale intervallo di prezzo non può costituire un riferimento per tutte le realtà del settore. Nel 2019 sono proseguite le attività di definizione del quadro regolatorio del servizio di teleriscaldamento e teleraffrescamento che, nonostante la recente attribuzione del settore all’Autorità, risulta quasi completato. Le attività si sono concentrate sui seguenti temi: esercizio del diritto di recesso; obblighi di trasparenza dei gestori, incluso il monitoraggio dei prezzi; regolazione della qualità commerciale e tecnica, quest’ultima in particolare riferita a sicurezza e continuità del servizio; regolazione del servizio di misura.