Il ministro Adolfo Urso annuncia in Parlamento la nuova manifestazione d’interesse del gruppo indiano e fissa l’obiettivo dei 4 milioni di tonnellate di acciaio. Resta l’incognita della sentenza di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo, mettendo a rischio il prestito ponte europeo.
Il futuro dell’ex Ilva di Taranto si trova davanti a un bivio decisivo, segnato dall’ingresso in campo di un nuovo grande attore internazionale e da una corsa contro il tempo per garantire la continuità produttiva. Durante l’informativa tenuta in Senato sulla situazione del polo siderurgico, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha rivelato che il gruppo indiano Jindal ha presentato ufficialmente una manifestazione di interesse per l’intero complesso aziendale.
La proposta, giunta nella serata di ieri, si inserisce in una procedura che il Governo definisce “davvero competitiva”, con l’obiettivo di individuare un acquirente solido entro la fine di aprile 2026.
LA NUOVA FASE DEL NEGOZIATO E L’ENTRATA DI JINDAL
La notizia principale riguarda la discesa in campo di Jindal, primario operatore globale della siderurgia, che ha proposto un piano industriale definito “ambizioso” dal Ministro Urso, focalizzato sulla piena decarbonizzazione del sito. Questa offerta andrà ora comparata con quella del fondo americano Flacks, con cui il negoziato diretto è già in corso da gennaio.
Per l’esecutivo, qualunque operazione dovrà però rispettare tre requisiti definiti imprescindibili: la cessione di aree non più produttive a Taranto e Genova per progetti di reindustrializzazione, la presenza di partner industriali esperti nella compagine azionaria e la garanzia di una sostenibilità finanziaria nel lungo periodo. In ogni caso, il Governo ha confermato l’intenzione di esercitare il “golden power” per tutelare l’interesse nazionale, l’occupazione e il processo di transizione ecologica.
IL DANNO ECONOMICO E LE RESPONSABILITÀ DELLA PRECEDENTE GESTIONE
Il quadro tracciato dal Ministro non ha risparmiato critiche durissime alla precedente gestione di ArcelorMittal. Il bilancio della “mala gestio” ereditata dall’amministrazione straordinaria è pesantissimo: i commissari hanno presentato al tribunale di Milano una richiesta di risarcimento danni stimata in circa 7 miliardi di euro.
“Hanno pervicacemente puntato allo smantellamento e alla chiusura degli impianti con un’azione sistematica di saccheggio e depauperamento”, ha dichiarato Urso, ricordando che due anni fa la fabbrica era sull’orlo del disastro, con altiforni fermi e scorte di materie prime ridotte a pochi giorni. Negli ultimi due anni sono stati impegnati 1,2 miliardi di risorse pubbliche, di cui oltre l’80% destinato proprio a opere di manutenzione e sicurezza rese necessarie dal pessimo stato degli impianti.
L’OSTACOLO GIUDIZIARIO E IL RISCHIO CHIUSURA AD AGOSTO
Nonostante gli sforzi per il ripristino, il percorso di salvataggio deve affrontare pesanti incognite giudiziarie. Il Ministro ha citato la sentenza del tribunale di Milano, definita “astrusa”, che impone la chiusura dell’area a caldo entro il 24 agosto se non interverranno cambiamenti.
Questa decisione viene considerata una vera e propria “mina” sul percorso di vendita, poiché complica l’erogazione del prestito ponte già autorizzato dalla Commissione Europea, la quale ha chiesto chiarimenti su come la sentenza possa influire sulla capacità dell’azienda di restituire il credito.
A questo si aggiunge il perdurante sequestro probatorio dell’altoforno 1 (Afo1) da parte della procura di Taranto, che sta causando perdite stimate in 4 milioni di euro al giorno, per un danno complessivo che ha già superato i 2,5 miliardi di euro.
IL PIANO PRODUTTIVO E IL RITORNO DEGLI ALTOFORNI
Il rilancio industriale passa attraverso il cosiddetto “piano a ciclo corto”, che punta a raggiungere una capacità produttiva di 4 milioni di tonnellate annue entro il prossimo mese di aprile. Si tratta della soglia minima considerata necessaria per garantire la competitività sul mercato e la tenuta dei livelli occupazionali.
In questa ottica, il 21 febbraio scorso è stato riattivato l’altoforno 2 (Afo2) dopo due anni di fermo, mentre sono in corso le attività di manutenzione sull’Afo4, che dovrebbero concludersi entro fine aprile. Il programma di interventi straordinari è vasto e coinvolge l’acciaieria 2, il treno nastri, la rete gas coke e gli impianti marittimi, con l’obiettivo di presentare ai potenziali acquirenti un’Ilva rinnovata e pienamente operativa.
TRANSIZIONE GREEN E IL NODO DELL’APPROVVIGIONAMENTO ENERGETICO
La sfida tecnologica per un’Ilva “verde” resta legata indissolubilmente alle forniture energetiche. Urso ha ribadito che la decarbonizzazione richiede forni elettrici alimentati a gas, unica tecnologia attualmente sostenibile per la produzione di acciaio green. Tramontata l’ipotesi della nave rigassificatrice a causa del no degli enti locali, il Governo sta lavorando a una soluzione di rifornimento terrestre di gas, in gran parte domestico.
“Senza gas non c’è alcuna possibilità concreta di alimentare gli impianti green”, ha spiegato il Ministro, sottolineando che l’autonomia strategica dell’Europa dipende dalla capacità di produrre acciaio in modo sostenibile senza rinunciare ai volumi necessari per i settori dell’automotive e della difesa.
POLITICHE EUROPEE E DIFESA DALLA CONCORRENZA SLEALE
Sul fronte regolatorio, l’Italia sta guidando un fronte di Paesi europei (tra cui Francia, Polonia e Austria) per rivedere i meccanismi del mercato del carbonio. L’obiettivo è sospendere l’eliminazione delle quote gratuite ETS fino a quando il meccanismo CBAM (l’adeguamento del carbonio alle frontiere) non sarà pienamente efficace nel proteggere l’industria siderurgica europea dal dumping e dalle importazioni da nazioni con normative ambientali permissive.
Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, porterà istanze specifiche al prossimo Consiglio Europeo per correggere quei meccanismi che oggi gonfiano il prezzo dell’elettricità, pesando per circa 30 euro per megawattora sulle imprese italiane energivore.
IL PANORAMA DELLA SIDERURGIA NAZIONALE: PIOMBINO E TERNI
Mentre Taranto cerca una nuova proprietà, altri poli siderurgici italiani procedono verso il consolidamento. A Piombino, il progetto promosso da Metinvest e Danieli prevede un investimento di quasi tre miliardi di euro per la realizzazione di forni elettrici e impianti di laminazione con una capacità di 2,7 milioni di tonnellate. L’obiettivo è riportare al lavoro oltre 800 persone, molte delle quali in cassa integrazione da un decennio.
Contemporaneamente, ad Acciai Speciali Terni, sotto la guida del gruppo Arvedi, è stato siglato un accordo di programma che prevede investimenti per oltre 1,1 miliardi di euro entro il 2028 per potenziare la produzione e ridurre drasticamente le emissioni. Questi interventi sono considerati vitali per ridurre la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di acciaio, che attualmente coprono ancora il 30% del fabbisogno nazionale.


