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Sicurezza energetica europea e crisi GNL 2026

Gas, quanto è costata al mondo la crisi in Medio Oriente? Almeno 39 miliardi in più per il Gnl nel 2026

In Europa la spesa per il Gnl sale di almeno 12 miliardi di dollari (+18%), nonostante 24 milioni di tonnellate di domanda in meno. L’Asia orientale contiene i rincari grazie ai contratti legati al petrolio.

Comprano meno gas naturale liquefatto, ma lo pagano molto di più. Nel 2026 gli importatori di Gnl di tutto il mondo spenderanno almeno 39 miliardi di dollari in più tra forniture a contratto e acquisti spot, anche se ne compreranno 60,7 milioni di tonnellate in meno. La causa è il conflitto in Medio Oriente, che ha interrotto le esportazioni di Qatar ed Emirati Arabi Uniti attraverso lo Stretto di Hormuz. I compratori sono così costretti a cercare volumi sostitutivi a prezzi più alti, sempre più spesso sul mercato spot. Il costo complessivo dei portafogli di Gnl è atteso a 256 miliardi di dollari, il 18% in più rispetto alla stima precedente alla guerra. Sono i numeri dell’analisi di Rystad Energy.

Lo studio parte da uno scenario preciso: le consegne di Gnl da Qatar ed Emirati restano indisponibili da marzo fino alla fine del 2026. In queste condizioni il costo globale dei portafogli sale da 217,8 a non meno di 256,3 miliardi di dollari. Secondo la società di analisi, il conflitto ha stravolto i flussi energetici globali e spinto i Paesi a ripensare le rotte di approvvigionamento e a rafforzare la sicurezza energetica. L’impatto però non è uniforme. L’esposizione di ciascun importatore dipende dalla copertura contrattuale, dagli indici di prezzo a cui sono legate le forniture e dalla capacità di ridurre la domanda.

EUROPA, LA SPESA PER IL GNL SALE DI ALMENO 12 MILIARDI

Proprio questa diversa esposizione spiega perché l’Europa sia l’area più colpita. La sua spesa per il Gnl cresce di almeno 12 miliardi di dollari, pari al 18%, mentre la domanda cala di 24 milioni di tonnellate. Il Vecchio continente era già entrato nella crisi con una forte dipendenza dagli acquisti spot, e quindi con pochi margini per aumentarne ulteriormente il peso. Tenuto conto della distruzione di domanda, la quota di importazioni spot dovrebbe crescere solo del 5,49% rispetto alle stime prebelliche. Intanto l’Europa perderà 20,6 dei 24,7 milioni di tonnellate di Gnl qatariota che, prima dell’inizio del conflitto, erano programmati in consegna per il 2026.

ASIA ORIENTALE, RINCARI LIMITATI AL 9,7%

Diverso il quadro in Asia orientale, che secondo Rystad Energy è in una posizione migliore per reggere l’urto. Qui gli acquisti spot valgono appena il 14,5% delle importazioni. Un portafoglio più ampio di contratti di fornitura al di fuori del Medio Oriente e una domanda di Gnl più bassa limitano l’esposizione della regione alle consegne mancate da Qatar ed Emirati. Così, pur avendo la maggiore esposizione nominale ai contratti con i Paesi del Golfo, l’Asia orientale registra l’aumento relativo dei costi più contenuto tra le regioni esterne al Medio Oriente: il 9,7%.

CONTRATTI LEGATI AL PETROLIO: +28% CONTRO IL +72% DI QUELLI SPOT

A spiegare la distanza tra Asia orientale ed Europa sono soprattutto le clausole di prezzo dei contratti. Stando alla ricerca di Rystad Energy, l’82% dei contratti di Gnl a lungo termine dell’Asia orientale è legato al petrolio, il cui prezzo è salito molto meno di quello del Gnl spot. Questi contratti sono aumentati di circa il 28%, contro il 72% di quelli agganciati agli hub e agli indici spot. In Europa, invece, il prezzo medio è cresciuto del 47%. Il continente acquista circa il 65% del proprio Gnl sul mercato spot, e circa un quarto dei suoi contratti a lungo termine è legato agli indici del gas. Una combinazione che lo lascia molto più esposto alla volatilità del mercato.

ASIA MERIDIONALE, AFRICA E SUD AMERICA: TAGLI ALLE IMPORTAZIONI E DOMANDA IN CALO

Nelle altre aree le risposte alla crisi seguono strade diverse. L’Asia meridionale si adatta soprattutto riducendo le importazioni, con il Pakistan che taglia gli acquisti più dell’India. In Africa e in Sud America sono rispettivamente l’Egitto e il Brasile a trainare l’aumento dei prezzi e dei volumi importati. Il Medio Oriente, invece, si adegua attraverso la distruzione della domanda.

HALSER (RYSTAD): “LA RESILIENZA DELLE FORNITURE CONTA QUANTO IL PREZZO”

Da questo quadro Christoph Halser, senior analyst Gas & LNG Research di Rystad Energy, trae una lezione sulla sicurezza degli approvvigionamenti. “Questo conflitto ha colpito in qualche misura ogni attore del mercato del gas, ma non tutte le economie sono ugualmente attrezzate per assorbire lo shock”, spiega. “Alcuni importatori sono in una posizione migliore per gestire l’aumento dei costi, mentre altri non hanno avuto altra scelta che tagliare i volumi e assorbirne le conseguenze economiche.”

Secondo l’analista, “la crisi mette in luce una debolezza di fondo nella sicurezza del gas: diversificare gli indici di prezzo può aiutare a gestire i costi, ma non garantisce l’approvvigionamento fisico”. Per questo, conclude, “gli importatori devono valutare la propria esposizione alle interruzioni delle forniture insieme al rischio di prezzo, costruendo portafogli contrattuali attorno a rotte di consegna affidabili e a una domanda che non può essere facilmente sostituita. In definitiva, quando i carichi possono sparire da un giorno all’altro, la resilienza delle forniture conta quanto il prezzo pagato per ottenerle”.

LA LEZIONE PER L’EUROPA: I LIMITI DEL MERCATO SPOT

Le implicazioni più pesanti riguardano l’Europa. Secondo Rystad Energy, il risultato europeo rivela un errore strategico: affidarsi alla liquidità del mercato spot per coprire la domanda residua di gas. Considerare il gas una fonte di transizione non elimina la necessità di procurarsi i volumi che si continuano a consumare. Rinviare gli acquisti a termine prima che siano disponibili alternative espone gli importatori a shock sui costi di sostituzione. Per la società di analisi, la durata dei contratti e la flessibilità dei volumi dovrebbero corrispondere alla domanda residua, con origini e rotte di fornitura diversificate.

FORNITURE “NON STROZZABILI”: HENRY HUB E ROTTE ALTERNATIVE A HORMUZ

Diversificare, però, non significa solo cambiare indice di prezzo. Rystad Energy osserva che l’indicizzazione a Henry Hub e la scelta delle rotte rispondono a rischi diversi. La sua analisi geostrategica sottolinea il valore di forniture “non strozzabili”, cioè che evitano i colli di bottiglia marittimi e le acque contese. Le consegne dalla costa statunitense del Golfo verso l’Europa aggirano lo Stretto di Hormuz.

Quelle dirette in Asia, invece, possono incontrare limiti nel Canale di Panama o richiedere viaggi alternativi più lunghi. Per questo le forniture australiane e quelle canadesi dal Pacifico diventano alternative importanti. Gli importatori, aggiunge Rystad Energy, dovrebbero anche verificare nei contratti di portafoglio gli obblighi di sostituzione e la flessibilità di approvvigionamento nel caso in cui i carichi contrattualizzati non possano essere consegnati come previsto.

GNL STATUNITENSE, IL RISCHIO DI UN LEGAME PIÙ STRETTO CON HENRY HUB

Anche la crescita della capacità di liquefazione negli Stati Uniti ha due facce. Da un lato offre agli importatori nuove possibilità di assicurarsi forniture indicizzate a Henry Hub e di diversificare l’esposizione agli indici globali del gas. Dall’altro rafforza il legame tra la domanda mondiale di Gnl e il mercato statunitense del gas. Secondo Rystad Energy, la crescente richiesta di gas di alimentazione da parte dei terminali di liquefazione, insieme alla domanda del settore elettrico, potrebbe sostenere i prezzi di Henry Hub.

Questo potrebbe accadere anche mentre la nuova capacità globale di liquefazione allenta i prezzi spot in Asia e sul TTF olandese. Gli importatori dovrebbero quindi chiedersi se l’attuale vantaggio di costo dei contratti indicizzati a Henry Hub durerà per tutta la durata del contratto, invece di dare per scontato che il vantaggio di oggi resti tale anche domani.

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