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Il Nucleare Sta Tornando Di Moda? Le Idee Da Cop28 E La Linea Dell'Italia

Il nucleare sta tornando di moda? Le idee da Cop28 e la linea dell’Italia

Anche da Dubai sono arrivati nuovi elementi che confermano il ritorno in campo del tema del nucleare nelle strategie energetiche nazionali per una transizione completa e tecnologicamente neutrale. Qual è la posizione del nostro Paese?

E’ durata due giorni l’enfasi pura per una reale svolta ambientale, pulita, rinnovabile. Da Dubai, nel weekend, il presidente della Cop28 e ad di Adnoc Sultan al-Jaber ha rotto ogni illusione. Senza energie fossili torniamo alle caverne, ha detto senza peli sulla lingua. Di rimbalzo, sono arrivate le risposte di critica e si è riacceso, se mai si fosse spento, il dibattito su come mettere in atto la transizione. E allora, si parla sempre di più anche di nucleare.

ALLA COP28 E’ GIA’ FINITO L’ENTUSIASMO GREEN?

Ne abbiamo scritto su questo giornale anche venerdì, le contraddizioni in seno alla Cop28 di Dubai erano ben note e sono emerse anche in corso d’opera, al secondo giorno. Da un lato, le parole del Re d’Inghilterra Carlo III, dall’altro non tanto le dichiarazioni quanto le ultime mosse del governo di Rishi Sunak. E ancora, al-Jaber  il capo della Conferenza e volto dell’Adnoc, di fronte alla visione delle Nazioni Unite con Antonio Guterres. Da un lato, la visione di una transizione puramente green, ambientale, fatta di rinnovabili e abbandono deciso dei combustibili fossili. Dall’altro, più gradualità, neutralità tecnologica, economicità sociale della transizione, permanenza e “rispetto” delle energie più inquinanti che ancora sono tra noi.

Il nuovo scontro tra il sultano emiratino e Guterres si è consumato anche nel weekend, a conferma di questo conflitto tra le due versioni del futuro ambientale ed energetico. Secondo alcune proiezioni, ad esempio, la Adnoc potrebbe trivellare il 42% in più da qui al 2030. E mentre 116 paesi (su 199 partecipanti alla conferenza) si sono impegnati a triplicare la capacità di energia rinnovabile nel mondo da qui a fine decennio, definito da Ursula von der Leyen “un messaggio molto forte”, dall’altro lato – appunto rimanendo in tema di contraddizioni – Sultan al-Jaber ha escluso l’esistenza di dati scientifici che confermano i danni dei combustibili fossili. “Se vogliamo accelerare i progressi dell’agenda sul clima, dobbiamo rendere tutti responsabili”, ha però detto in riferimento all’impegno di cinquanta maggiori produttori di petrolio che si sono impegnati al taglio del 40% delle emissioni. Una mera copertura, l’hanno definito gli ambientalisti presenti a Dubai.

“Non possiamo semplicemente spegnere il sistema energetico odierno mentre costruiamo quello di domani: altrimenti, rischiamo di bloccare il progresso socio-economico e minare il sostegno per una ambiziosa azione sul clima”, ha detto al Corriere della Sera al-Jaber. “Dobbiamo costruire una risposta alla crisi climatica che non lasci indietro nessuno: 750 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e la popolazione globale crescerà di 500 milioni entro il 2030. Dobbiamo venire incontro a questa domanda nella maniera più sostenibile e allo stesso tempo assicurare la sicurezza energetica, l’accessibilità e la convenienza”. Intanto, gli Emirati Arabi hanno annunciato un fondo per il clima da 30 miliardi di dollari.

“Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale, con un calendario chiaro”, ha chiarito invece Guterres, definendo obsolete le fonti fossili.

IL NUCLEARE TORNA AL CENTRO?

Tanti impegni, dunque, in questi primi giorni di conferenza sul clima, ma anche tante dichiarazioni contraddittorie l’una rispetto all’altra e l’una confrontata con le pratiche, i fatti.

Uno degli elementi che è presente proprio in queste dinamiche è il tema del nucleare. Sabato, a Dubai, ventidue Paesi hanno sostenuto l’approvazione della Declaration to Triple Energy by 2050, che riconosce il ruolo chiave dell’energia nucleare nel raggiungimento dell’obiettivo net zero. Ci sono anche gli Stati Uniti, dove questa fonte fornisce il 18% dell’elettricità. Manca l’Italia, ma non le aziende italiane protagoniste sul nucleare.

“Un ostacolo significativo è il finanziamento”, ha scritto il New York Times smorzando l’entusiasmo dei sostenitori del nucleare d’oltreoceano. Il quotidiano della Grande Mela ha ricordato il recente fallimento di un progetto di piccoli reattori nell’Idaho, frenato proprio dall’aumento dei costi da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari per via di inflazione e tassi d’interesse.

Il premier belga Alexander De Croo, intanto, ha annunciato che organizzerà a marzo prossimo, insieme all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), il primo vertice mondiale sul nucleare. Obiettivo: raggiungere a metà del secolo gli obiettivi di zero emissioni nette.

LA STRATEGIA ITALIANA SUL NUCLEARE, PARLA URSO

“Io non ho preclusioni su nessuna tecnologia che possa essere sicura e che possa aiutarci a diversificare la nostra produzione energetica.  Non sono certa che oggi, cominciando da capo, ricominciando da capo sul tema del nucleare, l’Italia non si troverebbe indietro ma, se ci sono evidenze del fatto che noi si possa invece avere un risultato positivo, sono sempre disposto a parlarne”. A parlare così è stata la premier Meloni da Dubai, nel corso del punto stampa a chiusura della sua due giorni emiratina conclusa sabato. “Credo piuttosto che la grande sfida italiana, anche se è un po’ più in là da venire, però senza visione non si va da nessuna parte, sia il tema della fusione nucleare. La fusione nucleare, che potrebbe essere la soluzione domani di tutti i problemi energetici, delle crisi che nascono dalle questioni energetiche, è una di quelle tecnologie sulla quale l’Italia è più avanti di altri. Ed è sicuramente un elemento sul quale troverete sempre la mia massima concentrazione, il mio massimo sostegno. Cioè credo che l’Italia debba avere la capacità di pensare in grande e questo è uno di quei temi sui quali l’Italia può pensare in grande e sta agendo in grande”.

Parlando al Messaggero, oggi, il ministro delle Infrastrutture e del Made in Italy Adolfo Urso ha detto che siamo indietro come Paese ma che le aziende nostrane hanno lavorato all’estero investendo molto. Enel e Ansaldo Nucleare, in questo senso, sono attori protagonisti, ha ricordato il ministro citando i loro progetti in Spagna, Romania. Così come è da tener presente il lavoro di ricerca di Eni e delle “numerose imprese impegnate sul nucleare di terza avanzata e di quarta generazione”. Obiettivo dell’Italia? “Accelerare sulla fusione nucleare per centrare l’obiettivo nel 2050”. Per fare questo è allo studio un piano interministeriale con il Mase di Pichetto Fratin, che superi la logica governativa. “La terza generazione avanzata, con i piccoli reattori modulari, dovrebbe essere pronta nel 2030, mentre la quarta forse nel 2040”, ha annunciato Urso.

PROBLEMI SCENARI

Come ricorda un approfondimento dell’Ispi, attualmente sono tredici i Paesi europei con il nucleare, con la Francia in testa. Al netto del posizionamento ideologico su tema, esistono diversi problemi da tenere in considerazione.  Prendendo sempre l’esempio transalpino, spiega l’Istituto, “a volte nei media si parla di tre quarti dell’energia proveniente dal nucleare tralasciando di precisare che si tratta di tre quarti dell’energia elettrica. Considerando che l’elettricità copre circa il 25-30% dei consumi energetici è chiaro che la Francia dovrà fare ricorso ad altre fonti di energia per coprire i tre quarti del suo mix energetico non alimentati ad elettricità”. C’è poi la questione dei costi. Le centrali francesi funzionano da tempo e quindi l’elettricità prodotta in quel caso può dirsi a buon mercato, ma non si può generalizzare. Quanto ai nuovi impianti di cui si parla in Italia e in Europa, l’esempio francese di Flamanville (costi almeno quadruplicati) e quello finlandese di Olkiluoto (ritardo di dodici anni e nostri triplicati) parlano chiaro. Infine, la questione dello smaltimento delle scorie: attualmente possibile solo in Finlandia con contenimento sicuro e a lungo termine.

Quanto alle prospettive positive, invece, una non recentissima stima di Rystad Energy  indicava come tra 2022 e 2023 sarebbero stati spesi a livello globale oltre 90 miliardi di dollari nel nucleare.

Che dai suoi sostenitori viene indicata come la miglior soluzione, anche se di lungo periodo, per attuare la transizione energetica dai combustibili fossili. Una fonte anche sicura, come ricorda oggi sul Foglio Chicco Testa. “0,04 morti per Terawattora prodotto contro i 24 del carbone e i 18 del petrolio” da unire al contributo che può dare all’abbandono di petrolio, carbone e gas, insieme alle rinnovabili. “Nonostante insista da tempo sul tema nucleare forse il leader leghista non ha trovato il tempo per imparare che le centrali nucleari hanno bisogno fra l’altro della disponibilità di grandi quantità di acqua per il raffreddamento: mari o fiumi importanti, e non mi risulta che né il Lambro né l’Olona possiedano queste caratteristiche”, spiega Testa riferendosi alle “sparate” del vicepremier Matteo Salvini. Mentre la premier Meloni parlando di fusione sembra rinviare la questione senza troppa convinzione.

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