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La crisi russo-ucraina rimette al centro il Tap

Come e perché il gasdotto che collega l’Azerbaigian all’Italia torna strategico. Fatti, numeri e dichiarazioni

Le ultime escalation sul fronte russo-ucraino stanno riportando alla luce molti temi. Da un lato quelli geopolitici sul vecchio “orso russo” che torna a spaventare Europa e Occidente tutto, pretendendo un nuovo riconoscimento da superpotenza quasi a mo’ di capriccio post-storico. Dall’altro, quelli energetici. Tra timori di esser tagliati fuori dalle dominanti forniture moscovite e la ricerca di alternative effettivamente degne di questo nome.

LA RIAPERTURA DEL DIBATTITO

Le ultime puntate della discussione su quello che nel caso dell’Italia è stato (e forse non è più?) il gasdotto divisivo per eccellenza hanno visto protagonisti gli ormai ex oppositori più accaniti. I cinque stelle. Proprio dalle colonne di Energia Oltre abbiamo commentato e analizzato la giravolta grillina dell’ultim’ora, con le clamorose parole del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano.

Da “opera criminale” a “fortunatamente c’è il Tap” il passo è stato più breve del previsto. “Chi stenderebbe mai un asciugamano sopra un gasdotto?” gridava il ministro 5 Stelle, Barbara Lezzi. Si sapeva o si poteva immaginare che la politica italiana, almeno in certe sue espressioni partitiche, avrebbe regalato nuovi ribaltoni in ambito energetico. D’altronde, aveva confessato Di Stefano, “il quadro geopolitico internazionale oggi è totalmente differente”. Come dargli torto.

Nel frattempo però, le valutazioni sul futuro del Trans Adriatic Pipeline erano state fatte anche sotto un profilo tecnico. Dal 31 dicembre 2020, giorno di avvio dei primi flussi di gas dall’Azerbaijan, al 31 dicembre 2021, Tap ha trasportato complessivamente in Europa oltre 8,1 miliardi di metri cubi standard. Di questi, oltre 6,8 hanno raggiunto l’Italia nell’entry point di Melendugno.

Da qui, il Ministero per la Transizione Ecologica guidato da Roberto Cingolani aveva già messo sul tavolo l’idea di aumentare il tiraggio per reagire al caro energia che attanaglia l’Europa ormai da fine 2021, ponendosi in linea con quanto già discusso dal Managing Director del gasdotto Luca Schieppati.

IL CONTESTO GEOPOLITICO

Nel frattempo, gli eventi sul fronte russo-ucraino sono rimasti in un pericoloso stallo per diverse settimane, lasciando col fiato sospeso l’Europa con i suoi pensieri sulle alternative energetiche a Mosca. Poi, l’accelerata nella serata di lunedì con il discorso alla nazione di Putin e il riconoscimento delle province autonome di Donetsk e Luhansk a autorizzare formalmente l’entrata di mezzi militari in Donbass per garantire la pace. Si tratta molto probabilmente della prima fase di invasione dell’Ucraina, o comunque di una ancor più concreta fase di minaccia russa all’Occidente per sedersi al tavolo delle trattative in posizione di forza al fine di ottenere un nuovo riconoscimento da superpotenza.

Già a inizio mese, una nota congiunta di von der Leyen (Presidente della Commissione Ue) e Joe Biden recitava come «Si assicureranno sufficienti e tempestive forniture di gas naturale all’Ue da diverse fonti nel mondo per evitare shock alle forniture, inclusi quelli che potrebbero risultare da un’ulteriore invasione della Russia in Ucraina.

Ieri, con la nuova escalation, Olaf Scholz ha bloccato ufficialmente la prosecuzione del progetto Nord Stream 2. Da lì, le dichiarazioni a commento hanno infiammato ogni valutazione sui possibili scenari prossimi.

GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI DAL SALENTO

E allora, nuovo dibattito anche in Italia. Oggi, intervistato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, lo stesso Luca Schieppati ha dichiarato come “l’Italia è uno dei paesi con maggior diversificazione delle fonti”. Questo perché importiamo il 40% dalla Russia ma anche “dal Nord Europa e dall’Africa, ma soprattutto dall’Algeria, poi abbiamo il gasdotto dalla Libia e i tre punti di ingresso di gas naturale liquefatto, più Tap e la produzione nazionale”.

Un quadro ben articolato che vedrà aumenti da 8 a 10 miliardi di mc tra 2022 e 2023, con 8 all’Italia e due a Grecia e Bulgaria, secondo il Manager Director. “Possiamo raddoppiarlo in quattro anni” ha poi aggiunto, spiegando che “sul territorio pugliese ciò che abbiamo fatto basta per il futuro” mentre per nuovi aumenti di domanda “potenzieremo le centrali in Grecia e Albania”. Infine, la conferma che “il Governo ha già deciso di aumentare la produzione nazionale e sta supportando, da un punto  di vista politico, l’espansione di Tap”.

MAI PIÙ DIVISIONI?

Parole chiare anche sul fronte delle divisioni ideologiche. “Noi – dice Schieppati – abbiamo fatto investimenti sociali e ambientali di oltre 3 milioni di euro. Investimenti volontari. E abbiamo dato ristori ai pescatori di San Foca e a chi, durante i lavori, non ha avuto l’utilizzo dei terreni. Quindi, questi 25 milioni non sono ristori. Quella somma è, concettualmente, disponibile a essere investita. Ma abbiamo bisogno di una logica di rasserenamento del clima”.

IL PARERE DI PRODI

Un altro parere illustre sul posizionamento italiano in materia di gas è arrivato stamani dalle colonne del Foglio. Qui, intervistato dal direttore Cerasa, Romano Prodi ha espresso parole di preoccupazione sulle ultime mosse russe in Ucraina. Ma anche di chiarezza su come deve reagire l’Europa: “Bene ha fatto ieri Scholz, il cancelliere tedesco, ad annunciare lo stop ai lavori di Nord Stream 2”.

Secondo il fondatore dell’Ulivo, “purtroppo no”. L’Europa non ha una politica energetica comune e su questi limiti “la Russia sa che il potere competitivo gli dà la possibilità di chiudere i rubinetti del gas da un momento all’altro”. Molto duro anche il commento sulle (non) mosse di casa nostra. “Possiamo dire, a proposito di dinamiche difficili da decrittare, che la crisi russa abbia messo in luce, in modo chiaro, l’incapacità da parte di un paese come l’Italia di lavorare, negli anni, per avere una sua indipendenza energetica” ammonisce. “Ha mai sentito parlare di populismo irragionevole? Ecco. Di fronte ai temi energetici l’Italia si può dire che per molto tempo è stata dominata da una forma molto grave di populismo irragionevole”.

Il riferimento di Prodi è chiaro. Si sarebbe potuto attingere alle risorse dell’Adriatico, nonché ad una necessaria ma forse sfumata diversificazione più ampia rispetto a Mosca. Diversificazione, dunque. “Uso questa parola non solo quando penso al gas che abbiamo scelto di non estrarre, e che dovremmo iniziare a estrarre, ma penso anche a bacini preziosi, e ricchi di gas” dice Prodi. “Come quelli che esistono nel Mediterraneo, attorno a Cipro, da cui l’Europa, e l’Italia, dovrebbe iniziare a lavorare per poter coltivare una sua maggiore indipendenza energetica”.

IL PARERE DELLA VICEMINISTRO TODDE (5S)

“Ho detto, e lo ribadisco, che il Governo Conte , a fronte di un’opera già autorizzata dal governo precedente, non potendo chiaramente modificare la situazione, ne ha supportato la realizzazione dandone conto ai propri elettori dal 2018”. In una lettera al Corriere della Sera oggi in edicola, Alessandra Todde (viceministro dello Sviluppo economico in quota 5 Stelle) ha espresso i suoi dubbi sul gasdotto Tap tornato sui banchi di discussione nel mezzo della crisi anche energetica sul fronte russo-ucraino.

“Non è sufficiente dire che i gasdotti trasportano gas perché esistono. Nel caso specifico il #Tap è un gasdotto realizzato da un consorzio privato (non una struttura pubblica) che serve a trasferire il solo gas dell’Azerbajian alle condizioni concordate con il Consorzio” scrive Todde al quotidiano di via Solferino. “Ricordo che abbiamo anche un gasdotto dalla Russia che porta meno gas a causa della crisi in Ucraina; un altro dall’Algeria e Tunisia (il Transmed), anch’esso sottoutilizzato perché l’Algeria non ha gas da mandare in Italia, un altro dalla Libia (il Greenstream), oggi sottoutilizzato a causa delle complessità geopolitiche della Regione. Quindi abbiamo altre infrastrutture che dovrebbero darci gas ma non garantiscono che arrivi, né che arrivi a prezzi convenienti”.

Ecco perché al momento Tap trae vantaggio dal contesto ma riguardo le condizioni, “se mutassero, potrebbero trasformare il Tap (come altre) in una infrastruttura poco utilizzabile o del tutto inutilizzabile. Per queste ragioni occorre cambiare approccio e dotarsi di nuove strategie e di nuove differenziazioni, non solo tra le forniture di gas, ma anche tra le varie fonti energetiche”.

Insomma, gli scenari aperti dal blocco al Nord Stream 2 sono già tanti e aumenteranno nei prossimi giorni. Osservare la crisi russo-ucraina permetterà anche all’Italia di tornare a focalizzarsi sulle vie energetiche a sua disposizione.

 

 

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