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L’invasione dell’Ucraina ridisegna gli equilibri del gas

Gas

I possibili scenari sul fronte energetico dopo l’invasione dell’Ucraina ordinata stamani da Vladimir Putin

Il risveglio ucraino è stato più traumatico del solito. Nelle primissime ore del mattino, il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina dopo che lunedì sera con un discorso alla nazione aveva riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Donbass. Era il pretesto per giustificare l’ingresso di truppe a Donetsk e Luhansk, una prima fase dell’escalation militare con cui inasprire una crisi iniziata ormai otto anni fa. Era il 2014 quando si compiva l’annessione unilaterale della Crimea, da lì una guerra continua anche se “a bassa intensità”.

IL FRONTE DEL GAS

Nel frattempo, le relazioni con Mosca non sono certo diminuite. Anzi. Come raccontato anche in questi ultimi giorni su questo giornale, la forte dipendenza energetica dei paesi europei dal Cremlino si è rivelata essere un’arma a doppio taglio per entrambi i lati. Un’arma cresciuta di almeno cinque punti percentuali dal 2014 a oggi, dal 30 al 35%.

Per l’Europa, la necessità di non rimanere a secco a livello energetico si scontra con le difficoltà di sopportare i ricatti autoritari e post-imperialistici di Mosca. Per Putin, invece, se appunto ricattare Bruxelles può (meglio, poteva) assicurare una posizione di forza al tavolo delle trattative sul ruolo dell’Ucraina nello scacchiere internazionale, allo stesso tempo giocare col gas significa mettere a rischio la principale fonte di guadagno.

GLI ULTIMI FATTI

Le speranze di poter ragionare ancora con il Cremlino da un punto di vista diplomatico, però, sembrano essersi spente del tutto dopo i fatti di stamani. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno attivato già da ieri il meccanismo delle sanzioni per Mosca, mentre già martedì il cancelliere tedesco Scholz aveva annunciato il blocco del progetto Nord Stream 2.

“Lo stop al Nord Stream 2 da parte di Berlino causerà un incremento del prezzo del gas fino a 2mila euro per mille metri cubi” aveva tweettato l’ex premier russo Medvedev, rispondendo piccatamente a Berlino.

LE AZIENDE ENERGETICHE INTERESSATE

Come approfondito da Policy Maker, tra le aziende maggiormente interessate in Occidente sono Shell e BP. Le due compagnie britanniche, infatti, posseggono, rispettivamente, una partecipazione del 27,5% nel primo impianto russo di gas naturale liquefatto (Gnl), il Sakhalin 2, oltre a joint venture con il gigante energetico statale Gazprom e, per quanto riguarda la British Petroleum, una partecipazione del 19,75% nella omologa russa Rosneft.

Anche la norvegese Equinor, partner nello sviluppo del giacimento petrolifero di Kharyaga nel bacino di Timan-Pechora, osserva con attenzione il momento.

QUI EUROPA: LE ALTERNATIVE AL GAS RUSSO

“La Commissione Ue non sembra, comunque, essere troppo pessimista sui rischi energetici per l’inverno” scrive oggi Il Messaggero, analizzando cosa può accadere nel Vecchio Continente. “Non ci troviamo in una situazione nella quale improvvisamente potremmo trovarci senza gas e in ogni caso il livello degli stock è al 30% delle capacita” dicono da Bruxelles. La mattinata di oggi, intanto vedrà susseguirsi diversi tavoli straordinari, tra vertici europei e NATO che faranno il punto sulla situazione.

Soltanto ieri, ricodavamo su EO, il ministro dell’Economia e del Clima, Robert Habeck ha ammesso che la Germania farà a meno del gas russo nel caso si rendesse necessario. Berlino dipende per circa il 55% dalle importazioni da Mosca su un 70% totale.

La questione delle alternative, dunque, è dibattuta. Il ministro dell’Energia del Qatar Cherida al-Kaabi ha spiegato al termine del Forum dei Paesi esportatori del gas a Doha, che “i volumi che è possibile dirigere verso altri clienti rappresentano dal 10 al 15%, ma la Russia rappresenta dal 30 al 40% degli approvvigionamenti dell’Europa”. Dunque, non sarà facile né breve sostituire il ruolo energetico di Mosca. A metà 2021, dice Eurostat, la quota di GNL proveniente dalla Russia si è attestata al 46,8%.

QUI ITALIA

Anche nel nostro panorama politico, la giornata di ieri ha offerto diversi spunti di aggiornamento sulla crisi energetica. Il dibattito italiano si è riaperto tra Tap, nuove estrazioni e nuove fonti di approvvigionamento.

Anzitutto, intervistato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, il  manager del gasdotto azero-italiano Luca Schieppati ieri dichiarava come “l’Italia è uno dei paesi con maggior diversificazione delle fonti”. Questo perché importiamo il 40% dalla Russia ma anche “dal Nord Europa e dall’Africa, ma soprattutto dall’Algeria, poi abbiamo il gasdotto dalla Libia e i tre punti di ingresso di gas naturale liquefatto, più Tap e la produzione nazionale”.

Poi le parole di Prodi al Foglio, su “l’incapacità da parte di un paese come l’Italia di lavorare, negli anni, per avere una sua indipendenza energetica”.

LA STRATEGIA DEL MITE

E, mentre dal fronte dei partiti non sono molto chiare le nuove posizioni per esempio dei Cinque Stelle, Cingolani in audizione alla Camera ieri affermava come “in Italia abbiamo ridotto la produzione” di gas “da 17 miliardi di mc del 2000 a circa 3 mld nel 2020 a fronte di un consumo rimasto costante, oscillante tra 70 miliardi e 89 miliardi di mc. Abbiamo ridotto moltissimo la nostra produzione a parità di gas totale consumato quindi importato, non avendo un beneficio ambientale ma avendo un disinvestimento dal punto di vista nazionale”.

Per il capo del MiTE, “il prezzo del gas rimarrà abbastanza alto, è difficile fare una previsione in questo momento, ma certamente difficilmente potrà ritornare ai valori di un anno fa”, ha aggiunto il ministro evocando ulteriori “interventi strutturali”. E con i fatti di stamattina, tutto sembra più che confermare queste parole. Sempre più,  “servono ulteriori riflessioni in futuro sul mix energetico e sul market design sia a livello nazionale sia europeo”.

Anche da Di Maio, in informativa al Parlamento, “serve un coordinamento su stoccaggio, sulla formazione dei contratti fornitura, e serve aumentare gli sforzi sulle rinnovabili”. Ma, infine, ” serve accelerare su una Energy Union europea. L’Italia sarà protagonista, per garantire sicurezza energetica”.

I vertici governativi, italiani, europei e NATO delle prossime ore potranno dire altro sulle strategie occidentali anche a livello energetico nel contrasto a Mosca.

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