Scenari

Le trivelle di Bomba

GAS ADRIATICO

Mentre in mezzo a tanto rumore il governo autorizza Tap per l’approdo del gas azero, in gran silenzio nega l’approvvigionamento del gas italiano. L’approfondimento di Annarita Digiorgio

IL PROGETTO

Il progetto “Colle Santo” riguarda lo sviluppo del più grande giacimento accertato di gas naturale in Italia in terraferma ancora non sviluppato.
Si estende lungo la valle del fiume Sangro a circa 30km dal Mare Adriatico.

E’ stato rinvenuto nel 2007 a seguito della perforazione con esito positivo di due pozzi esplorativi denominati “Monte Pallano 1” e “Monte Pallano 2”. I pozzi sono stati perforati nell’ambito del Permesso di Ricerca di Idrocarburi “Monte Pallano”, conferito dal Ministero per lo Sviluppo Economico con DM 13.02.2004 alla Forest CMI (90%) ed Intergie (10%). A seguito del riconoscimento da parte del Ministero del rinvenimento del giacimento di gas, nel 2009 è stata presentata l’istanza di concessione di coltivazione “Colle Santo” di estensione pari al permesso di ricerca.
Il progetto prevede: messa in produzione dei 2 pozzi esistenti e 3 ulteriori pozzi di
sviluppo, tutti ubicati nell’area pozzi esistente nel comune di Bomba, realizzazione di una condotta di gasdotto di collegamento di circa 21 km tra l’area pozzi e la centrale di trattamento del gas, che attraverserà i comuni di Bomba, Archi, Roccascalegna, Altino, Perano, Atessa e Paglieta; di una centrale per il trattamento del gas estratto situata nel Comune di Paglieta all’interno dell’area industriale di Atessa/Paglieta. Il gas portato a specifica di rete dalla Centrale di trattamento verrà consegnato a SNAM in un’area dedicata ricavata all’interno dell’area della Centrale. SNAM, a sua cura, realizzerà un ramo di collegamento di circa 500m fino al metanodotto ad alta pressione già esistente nell’area industriale.

Il giacimento è stato scoperto dall’Agip nel 1966 (denominato allora “Bomba”) e confermato dai pozzi perforati dalla Forest CMI nel 2007. Esso si sviluppa ad una profondità di circa 1500 m dal piano campagna con una estensione massima superficiale di circa 10 km2 all’interno di calcari fratturati analoghi a quelli visibili nel massiccio carbonatico della Maiella.
Le riserve accertate ammontano a circa 3,5 miliardi di Sm3 (standard metri cubi) di gas naturale in posto, di cui circa 2 miliardi di Sm3 netti producibili con un piano di sviluppo di 15 anni.
Attualmente le infrastrutture esistenti relative al giacimento consistono solamente nell’area pozzi nel comune di Bomba in cui sono presenti i 2 pozzi perforati nel 2007 e pronti per essere messi in produzione.
Circa 1400m a sud-ovest dell’area pozzi è presente la diga di Bomba, costruita negli anni ’60 da Acea a scopo idroelettrico sbarrando il corso del fiume Sangro.

Nel 2010 il Servizio Dighe del Ministro delle Infrastrutture, coinvolto per l’interferenza con la diga di Bomba, ha dato parere positivo alla messa in produzione del giacimento Colle Santo, imponendo un piano di monitoraggio elaborato in accordo con Acea SpA, gestore della diga.
Nel 2011 il Comitato per gli Idrocarburi e le Risorse Minerarie (CIRM) del Ministero dello Sviluppo Economico ha dato ulteriore parere positivo alla messa in produzione del giacimento.
Il piano di sviluppo del precedente operatore Forest CMI prevedeva l’ubicazione della centrale di trattamento adiacente all’area pozzi, nel comune di Bomba, e la realizzazione di un gasdotto di circa 7,5 km fino alla rete SNAM. Il piano è stato sottoposto a procedura di VIA presso la regione
Abruzzo nel 2010. La Commissione VIA regionale, in ultimo nel 2013, ha espresso parere negativo.
Il TAR di Pescara nel 2014 ha accolto il ricorso della Forest CMI e annullato il parere negativo della Commissione VIA. In ultimo il Consiglio di Stato, con sentenza del Maggio 2015, ha annullato quella del TAR del 2014.

Per il prosieguo del progetto CMI Energia, nuova denominazione di Forest CMI a seguito di una nuova proprietà e dirigenza, ha ritenuto di dover modificare il piano di sviluppo e dover approfondire le valutazioni tecniche, onde tenere in considerazione i rilievi della Commissione VIA regionale e del Consiglio di Stato.

Il progetto presentato è stato sviluppato al fine di rendere sostanzialmente irrilevante l’impatto ambientale su tutte le componenti e minimizzare il disturbo alle realtà locali.
Qualora nel corso dell’esame contestuale del progetto dovessero emergere particolari esigenze delle comunità locali la società si è dichiarata disponibile ad apportare modifiche al progetto, da concordarsi di volta in volta in base alle specifiche esigenze.

La produzione del giacimento “Colle Santo” avrà un’incidenza molto significativa nel panorama della produzione energetica nazionale e regionale, in termini di: minore importazione di energia dall’estero, spesso proveniente da aree dove sono presenti conflitti; diminuzione della bolletta energetica nazionale; sostenere il settore industriale italiano, altamente qualificato ed apprezzato in tutto il mondo nel settore della ricerca e produzione di idrocarburi.

Il progetto a regime (circa 200 mln Sm3 netti di gas annui) potrà contribuire a incrementare dell’8,5% la produzione nazionale di gas onshore (2.35 mld Sm3) e ad accrescere dell’821% la produzione di gas della Regione Abruzzo (24.3 mln Sm3) .
Su scala regionale, la produzione a regime del giacimento “Colle Santo” potrà soddisfare il 18% dei consumi della Regione Abruzzo di gas naturale.

Su scala provinciale, “Colle Santo” a regime potrebbe contribuire a soddisfare il 42% del consumo complessivo di gas della Provincia di Chieti, il 100% del consumo di gas industriale della Provincia di Chieti, il 100% del consumo complessivo di gas della Provincia di Pescara o Teramo.

Gli investimenti stimati per lo sviluppo del giacimento Colle Santo ammontano a circa 80 milioni di euro. La ricaduta economica per la collettività di un progetto di coltivazione di idrocarburi si può valutare considerando: le royalties versate sulla produzione, la tassazione degli utili di impresa, i posti di lavoro creati.

L’operatore del giacimento deve corrispondere annualmente alla collettività una royalty pari al 10% della produzione annuale di ogni concessione, al netto di una franchigia di 25 milioni di m3 annui. Nel caso specifico di “Colle Santo”, le royalties saranno interamente versate in ambito regionale, divise tra Regione e Comuni interessati dalle attività di sviluppo. Sulla base dei valori e della curva di produzione attesa, si può stimare che le royalties cumulative per l’intera vita del giacimento ammontino a circa 30.6 mln di Euro.

I proventi della vendita del gas saranno assoggettati a tassazione ordinaria, con un gettito fiscale cumulativo stimabile in circa 78.6 mln di Euro, di cui 29,8 mln di Euro destinati alla Regione Abruzzo, e 48,8 mln di Euro all’erario nazionale. Complessivamente l’Abruzzo beneficerà di un gettito aggiuntivo di 60,4 mln di Euro.

Gli effetti diretti di reddito includono le somme che a vario titolo vengono iniettate nella regione Abruzzo (investimenti diretti, tasse regionali e royalties), e nelle casse dello stato, complessivamente stimati pari a 189,6 mln di Euro (80 mln investimenti + 81,6 mln gettito in Abruzzo + 48.8 allo Stato) nell’arco della vita del progetto di 15 anni. Gli effetti moltiplicativi per il medesimo orizzonte temporale ammontano quindi ad ulteriori 132,7 mln di Euro. Complessivamente gli effetti di reddito diretto e moltiplicativo ammontano a 322,3 mln di Euro.

Nell’arco della vita dello sviluppo del giacimento di circa 15 anni si avranno quindi effetti di reddito diretto e moltiplicativo pari a circa 21,5 mln di Euro all’anno, corrispondenti alla creazione di circa 253 posti di lavoro per tutta la durata dello sviluppo di 15 anni.

I posti di lavoro verranno in parte creati in maniera diretta da CMI Energia durante la fase di costruzione e produzione, in parte generati dall’indotto attorno all’investimento, ed in parte generati dall’impiego del gettito (royalties e tasse) destinato all’Abruzzo ed allo Stato.

La caratterizzazione dello stato e dei livelli di qualità per la componente “salute pubblica” tramite l’analisi della documentazione disponibile non ha messo in evidenza alcuna specificità del contesto territoriale rispetto alle possibili patologie potenzialmente generabili dalle sostanze emessa dal progetto.

Le stime effettuate sulla base dell’applicazione di modelli di diffusione di inquinanti specifici permettono di determinare sia le concentrazioni che i ratei di deposizione al suolo ed il parametro di “dose” sull’uomo da essi derivati: le quantità di sostanza a cui una persona può essere esposta, ogni giorno per lungo tempo, nei punti di massima ricaduta risultano trascurabili per cui non ha significato applicare criteri di risk assessment, come previsto dal Decreto 24 aprile 2013 “Disposizioni volte a stabilire i criteri metodologici utili per la redazione del rapporto di valutazione del danno sanitario VDS e della relativa procedura di valutazione.

Inoltre non sono ipotizzabili camini di esposizione diversi da quelli legati alle emissioni in atmosfera, per le quali, peraltro, la componente relativa al particolato fine è trascurabile in condizioni di normale esercizio e assai limitata anche durante l’utilizzo delle torce, grazie all’utilizzo di BAT.

LA STORIA

Siamo a Bomba, Abruzzo, provincia di Chieti. Un paesino di 880 anime. Un comune conosciuto solo ai romani che devono a Bomba parte della loro elettricità: negli anni cinquanta venne costruita una diga, le cui acque alimentano tuttora una centrale idroelettrica per gli usi della capitale.
La diga fu completata nel 1962 grazie all’esproprio più di un milione e mezzo di metri quadrati di terreni, e con essa nacque il lago di Bomba.

Subito dopo arrivò l’occhio sveglio di Enrico Mattei, quando negli anni sessanta, sognava di dare all’Italia l’autosufficienza energetica e aveva mappato ogni riserva di idrocarburi esistente nella penisola.
Poi l’Eni andò a cercare petrolio e gas in altre regioni del pianeta.

Un primo progetto viene ideato nel 1992 da Agip ma accantonato per serie problematiche ambientali. Nel 2004 arrivano dal Colorado quelli della Forest Oil Corporation e decidono che vogliono riprendere l’attività estrattiva portata avanti dall’Agip venti anni prima. Dopo 5 anni di studio del territorio la società Forest Cmi Spa il 20 febbraio 2009 presenta all’Unmig l’istanza, denominata “Colle Santo”, volta ad ottenere la concessione di coltivazione del giacimento. Una ipotesi subito contrastata dalle realtà locali.
Il progetto viene respinto per ben due volte dal Comitato Via della Regione Abruzzo (Giudizi 1929/2012 e 2315/2013).

E poi definitivamente bocciato dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale con la sentenza 2495/15 del 18 maggio 2015 con cui accoglie l’appello proposto dalla Regione Abruzzo.
Il parere del Comitato Via era stato impugnato dalla ditta proponente, che si era rivolta al Tar ottenendo l’accoglimento del ricorso, scatenando la decisione da parte dell’amministrazione regionale di rivolgersi al Consiglio di Stato. «Non risulta acquisita una prova, dotata di un grado adeguato di attendibilità», si legge nella sentenza, «della sicurezza della diga e dell’insussistenza del rischio della produzione di conseguenze diverse da quelle stimate dalla proponente. Se si considera poi l’irreversibilità dei fenomeni indotti dalla subsidenza in un’area caratterizzata da conclamati da profili di fragilità, deve considerarsi ragionevole il ricorso del Comitato VIA al principio di precauzione».
Tale principio si legava ai rischi di danni insostenibili per la collettività locale legati al fenomeno della subsidenza connessa all’estrazione del gas, soprattutto considerando l’ubicazione del giacimento, posto al di sotto del lago e della diga interna.

E cosi il sogno di Mattei di raccogliere gas dal Sangro sembrava infranto per sempre.
Ma i sognatori non si arrendono. E ci riprovano.

Questa volta il proponente non è più la Forest Oil ma la CMI Energia Spa, più o meno la stessa azienda che cambia nome diventando a maggioranza italiana, e il progetto viene ampliato arrivando a coinvolgere 11 comuni.

In data 24.06.2016 la società CMI Energia SpA con sede legale a Roma, presenta al Ministero dell’Ambiente istanza per l’avvio della procedura di Valutazione di impatto ambientale del Progetto di sviluppo concessione “Colle Santo”. Il piano di produzione prevede la costruzione di un gasdotto di circa 21 km. di una centrale di trattamento gas che si sposta da Bomba all’area industriale del Comune di Paglieta su una estensione di circa 3 ettari, la messa in produzione dei pozzi esistenti Monte Pallano 1 e 2 ubicati in una postazione di estensione pari a circa 1 ettaro nel Comune di Bomba e la perforazione di ulteriori 2-3 pozzi di sviluppo a partire dalla medesima postazione. La società ha specificato che non si prevedono impatti significativi sull’ambiente. Il procedimento di V.I.A. comprende la valutazione di incidenza in quanto il progetto interferisce con le seguenti aree afferenti alla rete Natura 2000: SIC (Sito di Interesse Comunitario) Lago di Serranella e Colline di Guarenna; SIC Bosco di Mozzagrogna (Sangro)”.

I NIMBY

Subito si fanno sentire i comitati ambientalisti che lamentano il pericolo si estragga gas sotto una diga con 80 milioni di metri cubi d’acqua, e il rischio, a loro dire “di Sismicità indotta dimostrato in altre parti del mondo in cui ha raggiunto anche magnitudo 5.6 come accertato dai geologi del Governo statunitense”.

A bomba, è il caso di dire, il Sottosegretario d’Abruzzo Mario Mazzocca scrive ai Ministri dell’Ambiente (Gianluca Galletti) e dello Sviluppo Economico (Carlo Calenda) affinché venga definitivamente sancita la non coltivabilità del giacimento di gas del lago di Bomba: «Nello specifico – spiega il Sottosegretario – in considerazione dell’elevato livello di rischio derivante da una inopinata ipotesi di cedimento della diga in conseguenza del verificarsi del fenomeno della subsidenza, abbiamo intimato al titolare del dicastero ambientale di respingere la richiesta della concessione di coltivazione.

Le motivazioni a supporto si basano su una serie di dati di fatto e di valutazioni oggettive. Intanto l’irrisolto tema delle criticità ambientali, peraltro note da tempo nella letteratura scientifica nazionale: “gas di pessima qualità, con una percentuale di idrogeno solforato superiore a quella consentita tanto da richiedere una desolforazione prima di poter essere immesso nella rete; presenza, entro l’area della concessione, dello sbarramento sul Sangro e del Lago di Bomba, di versanti instabili e dalle numerose frane che evidenziano inequivocabilmente come la coltivazione del giacimento a gas di Bomba pone in superficie problemi ambientali molto complessi, dall’inquinamento dell’aria a fenomeni di subsidenza che possono interessare sia la diga in terra sia i versanti instabili dei rilievi prospicienti i quali sono già stati, in passato, coinvolti da movimenti franosi.

Tant’è che l’Agip, titolare del giacimento dal 30 gennaio 1969, nonostante avesse tutte le autorizzazioni necessarie per la coltivazione, nel 1992 chiese al Ministero dell’Industria il rinvio dei lavori di sviluppo per motivazioni analoghe a quelle sopra illustrate e a suo tempo condivise dall’Ufficio Nazionale Idrocarburi. Pur tuttavia, la società Forest CMI S.p.A. nel 2004 divenne titolare del permesso di ricerca, nel 2009 presentò l’istanza per la concessione di coltivazione del giacimento e nel 2010 sottopose il progetto al comitato VIA regionale, organismo che lo respinse per ben due volte; il progetto fu definitivamente bocciato dal Consiglio di Stato il 18 maggio 2015 in considerazione dei rischi di danni insostenibili per la collettività locale connessi al fenomeno della subsidenza.

Conseguentemente per le stesse motivazioni, abbiamo chiesto al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda di ‘chiudere’ definitivamente la questione, procedendo speditamente a ritirare il permesso di ricerca «Monte Pallano» alla CMI Energia S.p.A., ad attestare definitivamente che il giacimento di gas naturale di Bomba non è sfruttabile a causa della situazione ambientale della zona in cui si trova, nonché a non rilasciare in futuro ulteriori permessi di ricerca e coltivazioni relativi ad esso. La Regione Abruzzo fin dall’inizio è stata attenta e pronta nel condurre la battaglia per l’affermazione del diritto delle comunità locali di esprimersi nelle scelte di politica territoriale di una certa rilevanza. Lo ha fatto nell’agosto del 2016, quando propose specifiche osservazioni al procedimento di Via nazionale sul progetto della CMI Energia SpA, reiterato in forma pressoché identica a quello già bocciato dal Comitato Via regionale e dal Consiglio di Stato, senza produrre nuovi studi, con modeste e marginali modifiche.

Quindi, in qualità di titolare della delega regionale sull’ambiente, inviai al Governo due richieste, una al Ministero dell’Ambiente, l’altra al Ministero dello Sviluppo Economico (verifica della titolarità del permesso di ricerca. Pende ancora il ricorso straordinario al Capo dello Stato contro il ‘Decreto Trivelle’ presentato il 12 luglio scorso sempre dalla Regione Abruzzo, opportunamente integrato alla luce di detti due pronunciamenti.
 È di pochi giorni fa l’ultimo ricorso della Regione Abruzzo contro il DM 09.08.2017 del Mise che, con lo scopo dichiarato di adeguare il D.M. del 07/12/2016 alla sentenza n°170 del 2017, di fatto continua a non riconoscere il ruolo delle Regioni. Il nostro agire, fra l’altro esplicatosi anche con la promozione di oltre 40 azioni contenziosi giudiziari, è stato sempre e costantemente rivolto verso l’affermazione del diritto delle popolazioni locali ad intervenire, tramite le proprie rappresentanze istituzionali, nel processi di sviluppo di livello nazionale i cui effetti si riversano sui territori”.

Come per la Puglia di Emiliano il governo Pd regionale contro il governo Pd statale.

E infatti al Sottosegretario d’Abruzzo – questa regione ha pure un sottosegretario!- si associa il suo Governatore Luciano D’Alfonso: “La determinazione di questo fronte ambientale e è irrisolvibile per quanto riguarda coloro che hanno in mente di realizzare un investimento che rovina quella parte di Abruzzo e la sua dignità ambientale.

Basta con questo atteggiamento da ‘safari’ rispetto ai beni comuni di valore ambientale della nostra regione”.

LE TRIVELLE FANNO VENIRE I TERREMOTI

E cosi prima è arrivato un parere di Ispra a ispirare la possibilità di rischio di terremoto indotto dalle trivelle (sino ad ora sempre smentito): “sussistendo la possibilità che l’area sia interessata da terremoti forti o moderati, con tempi di ritorno dell’ordine delle centinaia di anni, il fatto che la sismicità strumentale, registrante gli eventi dal 1980 in poi, abbia registrato valori massimi di magnitudo inferiori a M 3,4 non può far ritenere che la sismicità dell’area di Colle Santo sia bassa.”
Anche a fronte della esplicita richiesta di approfondimento sulle interferenze derivanti dalle attività di estrazione in termini di sismicità innescata, Criticità n. 20: sismicità
Considerando che la massima accelerazione attesa al sito è piuttosto elevata (valori di accelerazione massima su suolo rigido attesi, con probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni, compresi tra 0,100 e 0,175 g), e sussistendo la possibilità che l’area sia interessata da terremoti forti o moderati, con tempi di ritorno dell’ordine delle centinaia di anni, il fatto che la sismicità strumentale, registrante gli eventi dal 1980 in poi, abbia registrato valori massimi di magnitudo inferiori a M 3,4 non può far ritenere che la sismicità dell’area di Colle Santo sia bassa; Anche a fronte della esplicita richiesta di approfondimento sulle interferenze derivanti dalle attività di estrazione in termini di sismicità innescata, il Proponente non ha fornito analisi sui possibili effetti derivanti da dette attività in progetto, tenuto conto della prossimità dei pozzi alla struttura sismogenetica composita ritenuta responsabile dell’evento sismico del 1706 di magnitudo M 6,8″.

La scorsa settimana poi è arrivato il parere negativo di Via dal ministero dell’ambiente (numero 2848 del 26/10/2018) .

La commissione VIA nazionale ha incentrato la decisione su uno degli argomenti oggetto delle osservazioni che erano state depositate nel 2016 dalla Stazione Ornitologica Abruzzese: proprio quella sul rischio di sismicità innescata dalle estrazioni. Nella zona del giacimento è stata rilevata la presenza della sorgente sismogenetica “Deep Abruzzo citeriore basal thrust” ed è stato giudicato inopportuno, per la stabilità della diga di Bomba, il possibile innesco, a seguito di trivellazioni, di questa sorgente, con conseguente sisma di grande magnitudo.

È stata la stessa Soa a dichiarare “Il tema della sismicità innescata dalle attività umane e dalle estrazioni di idrocarburi in particolare assume finalmente importanza anche in Italia, dopo decine di pubblicazioni scientifiche a livello mondiale. A nostra conoscenza si tratta del primo progetto bocciato dalla Commissione nazionale VIA con questa motivazione”.

A quanto pare ora manca solo il parere del Ministero dei Beni Culturali e poi il Decreto interministeriale del Ministro dell’Ambiente e del Ministro dei Beni Culturali.
Avremo beni culturali, ma non avremo il gas.