Dal Sud-est asiatico all’Africa, i governi impongono misure drastiche per fronteggiare la scarsità di carburante e l’impennata dei prezzi causata dal blocco dello Stretto di Hormuz.
Mentre l’Europa e l’Italia iniziano a discutere con timore di possibili piani di emergenza, una parte consistente del mondo è già entrata ufficialmente in una fase di lockdown energetico. Dal Bangladesh allo Zambia, passando per le Filippine e il Vietnam, i governi stanno imponendo misure draconiane per razionare i carburanti e ridurre i consumi elettrici. Il motivo è la violenta interruzione delle forniture causata dal conflitto in Medio Oriente contro l’Iran, che ha trasformato l’energia in un bene di lusso quasi inaccessibile per le economie emergenti.
La notizia arriva da un’approfondita analisi del Financial Times, che ha raccolto testimonianze dirette di una crisi che sta ridisegnando la quotidianità di milioni di persone e minaccia di trascinare il PIL globale in una recessione profonda.
LO STATO DI EMERGENZA NELLE FILIPPINE E IL CROLLO DEI CONSUMI
Nel distretto finanziario di Makati, a Manila, il Goto Monster era un ristorante simbolo della frenesia urbana. Oggi è lo specchio della crisi. Il cassiere Cedric Gonzalvo, che lavora nel locale da otto anni, racconta di un calo della clientela del 30-40%: “I clienti hanno ridotto le spese. Sono preoccupato, c’è la possibilità che io perda il lavoro”.
Questo scenario è il risultato diretto dello stato di emergenza energetica nazionale dichiarato dal presidente Ferdinand Marcos Jr. Per preservare le scorte, il governo ha imposto il telelavoro di massa e altre restrizioni che hanno svuotato gli uffici e i locali pubblici. Le Filippine, come molte altre nazioni del Sud-est asiatico, dipendono totalmente dalle importazioni dal Medio Oriente e non hanno la forza finanziaria per competere sui mercati spot con i paesi più ricchi.
L’ASIA NELLA MORSA DEL BLOCCO DI HORMUZ
La geografia del conflitto è implacabile: secondo i dati dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica, nel 2024 l’84% del petrolio greggio e l’83% del gas naturale liquefatto (GNL) che transitano per lo Stretto di Hormuz erano destinati all’Asia. Clemence Landers, ricercatrice presso il Center for Global Development, spiega che “quando si assiste a settimane lavorative più brevi o a aziende che riducono l’orario di lavoro, si tratta di una distruzione della domanda che si riflette direttamente sulla produzione e su un minore potere d’acquisto per i consumatori”.
In Thailandia il governo incoraggia il telelavoro e chiede di limitare l’uso dell’aria condizionata, mentre il Vietnam spinge la popolazione verso il carpooling e l’uso della bicicletta. In Indonesia, i dipendenti pubblici devono lavorare da casa almeno una volta a settimana e l’uso del gas è contingentato. Persino lo sport si ferma: in Pakistan il campionato di cricket si gioca in stadi vuoti per risparmiare sull’illuminazione e sui trasporti.
IL CASO LIMITE DEL BANGLADESH E IL RISCHIO DI STAGNAZIONE
In Bangladesh, il lockdown energetico è entrato persino negli uffici governativi. Saleh Shibly, portavoce del neoeletto Primo Ministro Tarique Rahman, ha confermato che “persino il Primo Ministro ha già iniziato a usare metà delle luci nel suo ufficio” e che “non accende l’aria condizionata se non in caso di urgenza”. La compagnia statale Petrobangla ha imposto interruzioni della fornitura di carburante di quattro ore al giorno nelle stazioni di servizio, gettando nel caos i lavoratori della gig economy.
AFRICA IN EMERGENZA: LO ZAMBIA SOSPENDE LE TASSE MA I PREZZI VOLANO
Anche l’Africa meridionale è travolta dall’onda d’urto. Lo Zambia, nazione senza sbocco sul mare, ha dichiarato lo stato di emergenza per l’approvvigionamento di carburante. Nonostante il governo abbia sospeso l’IVA e le accise su benzina e diesel, l’impatto sui costi resta devastante: il cherosene e il carburante per aerei subiranno aumenti superiori al 50% entro questo mese.
La differenza tra le economie è brutale: se Singapore, pur dipendendo totalmente dalle importazioni, può permettersi di acquistare energia a prezzi esorbitanti grazie al suo alto PIL pro capite, paesi come il Marocco o lo Zambia non hanno la forza finanziaria per competere. Adam Wolfe, economista di Absolute Strategy Research, avverte che “se l’economia globale perderà dal 10 al 15% della produzione petrolifera, ciò dovrà necessariamente portare al razionamento in un modo o nell’altro”.
IL DILEMMA DEI SUSSIDI E IL PESO DEL DEBITO PUBBLICO
I responsabili politici si trovano davanti a una scelta impossibile, quella che Clemens Graf von Luckner, ricercatore alla Stanford Graduate School of Business, definisce come l’essere “tra l’incudine e il martello”. Molti governi stanno utilizzando ogni margine di bilancio per sovvenzionare i carburanti nel tentativo di evitare rivolte sociali, ma questa strategia rischia di provocare crisi del debito sovrano.
Brad Setser del Council on Foreign Relations sottolinea il paradosso dei sussidi: “Se sul mercato c’è una carenza di base, i sussidi sui prezzi inviano il segnale che non è necessario alcun aggiustamento”. In sostanza, i governi stanno scommettendo su una rapida risoluzione del conflitto in Medio Oriente, una scommessa che appare ogni giorno più rischiosa mentre le infrastrutture petrolifere subiscono danni permanenti.
LE CICATRICI DURATURE SULL’OCCUPAZIONE E SUL PIL GLOBALE
Gli effetti di questo shock non saranno limitati al breve periodo. Una ricerca del Fondo Monetario Internazionale rivela che le crisi energetiche innescano perdite di posti di lavoro persistenti: cinque anni dopo uno shock petrolifero, il rapporto tra occupazione e popolazione resta inferiore di quasi lo 0,45% nei paesi importatori. Se nello “scenario negativo” dell’OCSE i prezzi del petrolio dovessero mediare i 135 dollari al barile, il PIL globale perderebbe lo 0,5% entro il secondo anno.
L’Europa subirebbe un calo dello 0,75%, mentre le economie dell’Asia-Pacifico sarebbero le più colpite con una riduzione dello 0,95%. Holger Schmieding di Berenberg Bank osserva che, sebbene gli Stati Uniti siano autosufficienti e l’Europa sia abbastanza ricca da “superare le offerte di chiunque altro”, nessuno potrà evitare i danni economici derivanti dalla distruzione della domanda e dall’aumento dei costi dei servizi, a partire dai trasporti aerei e dal turismo internazionale.


