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Messico, ecco perché la riforma delle tariffe elettriche penalizza tutti

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Le nuove norme hanno colpito gli interessi di aziende europee e canadesi in Messico, spingendo Bruxelles e Ottawa ad esprimere la loro preoccupazione attraverso delle lettere inviate al governo messicano.

Con la riforma costituzionale del 2013 che ha liberalizzato il settore energetico, il Messico si è trasformato in un mercato particolarmente attraente per gli investimenti stranieri. E il Gruppo Enel, ad esempio, tramite la controllata Enel Green Power, è oggi uno dei principali operatori di energia rinnovabile nel paese.

IL MERCATO IN MESSICO

Attualmente in Messico circa il 15% dell’elettricità viene generata da fonti rinnovabili, con l’intento di giungere al 35% entro il 2024. Ma la nuova amministrazione – guidata dal presidente Andrés Manuel López Obrador, in carica dal dicembre 2018 – ha però impresso una serie di cambiamenti al settore dell’energia elettrica che minacciano non solo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma anche la partecipazione dei privati al mercato. López Obrador è infatti un nazionalista di sinistra e vuole che lo stato torni ad assumere un ruolo di “supervisore” dell’economia, e del settore energetico in particolare.

IL VIA LIBERA ALL’AUMENTO DELLE TARIFFE A FINE MAGGIO

A fine maggio l’autorità messicana di regolazione per l’energia (la Comisión Reguladora de Energía) ha approvato un aumento delle tariffe di trasmissione dell’elettricità per tutte le aziende che hanno firmato un contratto di auto-approvvigionamento con la Commissione federale per l’energia elettrica – la compagnia elettrica statale, che possiede il monopolio sulla trasmissione – prima del 2014. La decisione dell’autorità è giunta un anno dopo l’appello della CFE, che aveva richiesto proprio un incremento delle aliquote per i privati. L’aumento del costo dell’elettricità per le aziende, scrive il Financial Times, si ripercuoterà però sui consumatori, proprio mentre l’economia messicana – già in leggera recessione – si avvia verso una seria crisi a causa del coronavirus.

Il principale organo di rappresentanza degli imprenditori messicani, il Consejo Coordinador Empresarial, ha accusato López Obrador di aver sfruttato la pandemia di COVID-19 per approvare nuove regole per il settore energetico che scoraggiano l’iniziativa privata e la concorrenza per favorire, invece, il controllo pubblico.

PROGETTI RINNOVABILI PENALIZZATI

Particolarmente penalizzati sono stati i progetti nel ramo delle rinnovabili. Il 29 aprile il governo messicano ha ordinato la sospensione delle operazioni negli impianti alimentati ad energie rinnovabili per – questo è il motivo ufficiale – salvaguardare la tenuta della rete elettrica in una fase critica. È anche stato intensificato il potere statale sull’approvazione di nuovi progetti.

COLPITE ANCHE LE AZIENDE EUROPEE

Le norme hanno colpito gli interessi di aziende europee – che in tutto hanno investito quasi 6,5 miliardi di dollari in Messico – e canadesi, spingendo Bruxelles e Ottawa ad esprimere la loro preoccupazione attraverso delle lettere inviate al governo messicano. Lo stesso sconcerto è emerso anche dai rappresentanti di cinque camere di commercio europee in Messico (inclusa quella italiana), che hanno parlato di “seri danni alla fiducia degli investitori”.

López Obrador ha paragonato però le compagnie private ai conquistadores, che come questi ultimi sarebbero giunte in Messico per saccheggiarne le ricchezze approfittando del laissez-faire neoliberale. La sua battaglia contro i “predoni” privati, dice, è simile a quella dell’Argentina per la ristrutturazione del debito. A differenza dei suoi predecessori, quindi, il presidente si propone di difendere l’interesse nazionale, riportando alla vecchia gloria la CFE e soprattutto la PEMEX, la compagnia petrolifera statale nonché la più indebitata al mondo: López Obrador quasi non considera il greggio una materia prima, bensì una parte dell’identità messicana.

SALVATAGGIO PEMEX, CFE E ATTACCO ALLE RINNOVABILI INTRECCIATE FRA LORO

Il salvataggio della PEMEX, quello della CFE e l’attacco alle energie rinnovabili sono tutte questioni intrecciate fra loro. Il governo messicano vuole che la CFE riacquisti quote di mercato; al momento però un terzo della sua capacità di generazione elettrica proviene da impianti obsoleti. Oltre quindi alla ristrutturazione delle centrali esistenti, la CFE intende costruirne ben sette di nuove: sei saranno alimentate a gas naturale, mentre l’ultima ad olio combustile (combustóleo), un derivato del petrolio estremamente inquinante prodotto da PEMEX nelle sue raffinerie. Tra le tante centrali della CFE alimentate a combustóleo c’è anche la termoelettrica di Tula, che da sola genera il 3% dell’elettricità messicana ma che è anche un simbolo di contaminazione ambientale.

In questo schema, le energie rinnovabili – nonostante il potenziale eolico e solare del Messico – hanno un ruolo molto marginale.