Scenari

Lo shale Usa ha raggiunto il picco?

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Il tasso di fracking è in calo ma sull’intero comparto pesano anche i prezzi del petrolio

Si cominciano ad accumulare molte prove che indicano un rallentamento dell’industria statunitense dello shale, specialmente con i bassi prezzi di petrolio e gas che iniziano a far sentire il loro peso.

TASSO DI FRACKING IN CALO SECONDO GLI INDICATORI

Il tasso di fratturazione idraulica ha iniziato a diminuire negli ultimi quattro mesi del 2018, un segno che l’attività shale americano ha cominciato a rallentare anche prima del crollo dei prezzi del petrolio. Secondo Rystad Energy, una società indipendente di consulenza attiva nel settore energetico, il numero medio di lavoratori nel settore del fracking è sceso a 44 al giorno a novembre 2018, rispetto a una media compresa tra 48 e 50 nel periodo di cinque mesi intercorrente tra aprile e agosto dello scorso anno. “Dopo aver raggiunto un picco in maggio/giugno, l’attività di fracking nel bacino Permiano ha gradualmente decelerato nella seconda metà del 2018 – ha detto in un comunicato l’analista senior di Rystad Energy Lai Lou -. Guardando i dati preliminari di novembre, possiamo notare come la decelerazione dell’attività stagionale sia probabilmente iniziata in tutte le principali zone ad eccezione di Eagle Ford – ha aggiunto Lou -. C’è stato un notevole rallentamento, invece, a Bakken e Niobrara nel mese di novembre, come dimostra la nostra analisi”.

LE ULTERIORI CONFERME DEL RALLENTAMENTO

Secondo Rystad Energy, inoltre, gran parte del rallentamento può essere attribuito alle aziende più piccole. Ma rimane il fatto che i dati sullo shale fanno eco a simili conclusioni raggiunte da un’altra azienda di consulenza, la Dallas Fed che la scorsa settimana ha riferito del rallentamento dell’attività di perforazione nel Permiano nel quarto trimestre: “La misurazione in base alla produzione, all’occupazione, all’attività commerciale, ai tassi di utilizzo delle attrezzature, a un’ampia varietà di dati provenienti dall’industria dell’argillite, indica un rallentamento in corso”.

ALCUNI OPERATORI DI SETTORE RIFIUTANO L’IPOTESI DEL RALLENTAMENTO

Anche l’ultimo aggiornamento di FracFocus, un database nazionale statunitense, aggiornato al 1 gennaio che fornisce sufficiente visibilità sulle operazioni di fracking in tutti gli Stati Uniti nel novembre 2018, mostra un intervallo di incertezza significativo. Alcuni grandi operatori, tuttavia, si oppongono al rallentamento generale. Il maggiore operatore, la ExxonMobil, ha registrato un forte rialzo in ottobre, il che lo rende uno dei mesi con il maggior numero di pozzi “frantumati” in questo periodo. Anche Energen Corporation non è influenzata dal rallentamento. “In generale, molti degli operatori chiave hanno mostrato una tendenza sostanzialmente piatta da giugno a ottobre 2018, il che implica che la decelerazione a livello di mercato dell’attività di fracking ha un’implicazione più significativa per gli operatori più piccoli rispetto ai principali operatori del Permiano – ha detto Lai -. In termini di numeri assoluti, la riduzione del numero di posti di lavoro per i primi 10 operatori nell’insieme è di circa il 10% da giugno a ottobre, mentre la percentuale corrispondente per i restanti operatori è pari al 48% nello stesso periodo”.

PERFORAZIONI SHALE OIL NON REDDITIZIE SOTTO I 50 DOLLARI AL BARILE

Dati indipendenti suggeriscono, inoltre, che molte perforazioni shale non sono redditizie con prezzi del petrolio al di sotto dei 50 dollari al barile. I prezzi in pareggio sui pozzi migliori possono raggiungere i 30 o 40 dollari al barile, ma i costi globali del settore si traducono in soglie di pareggio molto più elevate. Tuttavia, è ancora un po’ troppo presto per comprendere appieno come i prezzi bassi incideranno sull’industria shale nel suo complesso. Molti analisti prevedono ancora quest’anno una crescita considerevole della produzione, mentre una piccola fetta deve ancora rivedere le previsioni di offerta. Goldman Sachs, ad esempio, ha abbassato il prezzo del petrolio previsti per quest’anno, ma il 6 gennaio ha espresso toni ottimistici in una nota, sostenendo che le vendite possono “superare i fondamentali attuali e futuri”. Da un lato, “i prezzi spot continueranno a recuperare, con il Brent che arretra ma pronto a recuperare entro l’estate quando le scorte torneranno ai livelli medi di 5 anni fa”, hanno scritto gli analisti di Goldman Sachs. D’altra parte, “i prezzi differiti WTI a lungo termine scenderanno gradualmente a 50 dollari al barile man mano che la produzione statunitense a basso costo si libererà i produttori riprenderanno a coprirsi”. In sostanza è presente uno sfasamento di parecchi mesi tra i movimenti di prezzo e le attività di perforazione. La flessione attuale del mercato è iniziata alla fine di ottobre, ma solo ora si vedono i primi segni di un impatto del settore petrolifero. Attualmente, comunque, i prezzi del petrolio stanno tornando a salire. Il WTI è in bilico sulla soglia dei 50 dollari al barile, in aumento di oltre il 15 per cento rispetto al minimo di dicembre. L’industria dello shale potrebbe raggiungere dunque un punto massimo nella prima metà del 2019, ma c’è anche la possibilità che le cose migliorino costantemente con il passare dell’anno.