Scenari

Per quanto tempo il boom dello shale terrà a bada i mercati petroliferi?

Tornano a farsi sentire le preoccupazioni per gli approvvigionamenti. Con l’Eldorado Usa che si avvicina ai suoi limiti, il mondo si riscopre sempre più assetato di greggio

Negli ultimi dieci anni il boom dello shale oil statunitense ha fatto passare in secondo piano qualsiasi preoccupazione circa eventuali carenze di petrolio a livello mondiale. L’attuale volatilità dei prezzi globali del greggio, aumentati del 15% dall’inizio dell’anno, indicano tuttavia che l’effetto calmante dello shale americano sta raggiungendo i suoi limiti, almeno secondo l’analisi del Wall Street Journal.

PER ORA IL BOOM DELLO SHALE REGGE LA DOMANDA. MA PER QUANTO?

Ad agosto la domanda globale di petrolio ha raggiunto i 100 milioni di barili al giorno, un record che fino a qualche anno fa avrebbe suscitato reazioni ben più importanti di quanto accaduto invece ora. La ragione, secondo il Wsj, è da ricercare proprio nello shale la cui produzione è passato negli Usa dai 5 milioni di barili al giorno del 2007 ai quasi 11 milioni di barili al giorno in agosto, “un aumento notevole che raramente è stato replicato nella storia del petrolio”. Naturalmente, se questo boom ha aiutato a soddisfare la crescente domanda, è chiaro che ciò non potrà accadere per sempre. I segnali che arrivano dagli Stati Uniti evidenziano, infatti, che la produzione shale non crescerà al ritmo di questi anni ancora per molto. Solo per fare un esempio, cita sempre il Wsj, l‘amministratore delegato di Halliburton Jeff Miller questa settimana ha ammesso che i suoi clienti stanno “esaurendo i budget” e che potrebbero esserci delle “pause” anche prolungate nella perforazione di nuovi pozzi shale.

FREE CASH FLOW NEGATIVO PER I PRODUTTORI SHALE USA

Si tratta di un aspetto evidenziato anche da un nuovo rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) e del Sightline Institute secondo cui l’industria shale è a “volumi allarmanti da inchiostro rosso”. “Anche dopo due anni e mezzo di aumento dei prezzi del petrolio e di crescenti aspettative di miglioramento dei risultati finanziari, una revisione di 33 società quotate in borsa che si occupano di fracking del petrolio e del gas mostra che le società hanno avto un free cash flow negativo fino a giugno” scrivono gli autori del rapporto. I 33 piccoli e medi trivellatori hanno registrato un flusso di cassa negativo complessivo di 3,9 miliardi di dollari nella prima metà del 2018. Il problema dei cattivi risultati finanziari è che il 2018 doveva essere l’anno in cui l’industria shale avrebbe dovuto voltare pagina. All’inizio di quest’anno, l’Agenzia Internazionale per l’Energia aveva dipinto un roseo ritratto dello shale statunitense, sostenendo in un rapporto che “prezzi più alti e miglioramenti operativi stavano mettendo il settore americano sulla buona strada per raggiungere il free cash flow positivo nel 2018 per la prima volta in assoluto”.

LA CRESCITA ECONOMICA TRAINA LA DOMANDA DI PETROLIO

Nel frattempo, la crescita economica globale si è irrobustita ormai da diversi trimestri e la domanda di petrolio continua a crescere. Dalla sua ultima flessione annuale alla fine del 2011, la domanda di greggio è aumentata ogni anno al ritmo di 1,5 milioni di barili al giorno, secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. La costante crescita della domanda petrolifera ha lasciato i mercati soggetti a oscillazioni di prezzo e picchi. Il Brent, è arrivato a quasi 77 dollari al barile, dai 67 dollari di inizio anno. Se la produzione statunitense non riuscirà a mantenere il passo bisognerà vedere se le altre due superpotenze petrolifere mondiali, Russia e Arabia Saudita, potranno metterci una pezza. La Russia sta già pompando 10,8 milioni di barili al giorno di greggio, un livello mai visto dai tempi dell’Unione Sovietica. L’Arabia Saudita, attualmente è a quota 10,4 milioni di barili al giorno, ed è diretta verso una produzione a livello record. “I sauditi non hanno quasi più capacità di riserva”, ha detto Robert McNally, ex consulente energetico del presidente George W. Bush, a capo del Rapidan Energy Group, una società di consulenza di Washington al Wsj. Il ministro saudita dell’energia Khalid al-Falih ha però annunciato questa settimana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa TASS, che il paese è pronto ad aumentare la sua produzione fino a 11 milioni di barili al giorno per raffreddare il mercato del petrolio, anche se alcuni osservatori si chiedono se il Regno sia in grado di mantenere o meno questa promessa.

VENEZUELA E IRAN DUE INCOGNITE CHE PESANO

petrolio usaTutto ciò sta accadendo nel bel mezzo della crisi di altri due paesi chiave per le esportazioni petrolifere: il Venezuela, il paese con le più grandi riserve del mondo, ha visto la sua produzione scendere a 1,2 milioni di barili al giorno dai 3,2 milioni di barili nel 2006, secondo l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Le sanzioni statunitensi sul settore petrolifero iraniano entreranno invece in vigore il 4 novembre, impedendo alle aziende di acquistare le esportazioni iraniane. Ma i trader di petrolio stanno ancora valutando l’efficacia di queste sanzioni. Nelle ultime settimane, il mercato del petrolio ha seguito con attenzione anche le crescenti tensioni nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita dopo l’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi. L’impatto delle sanzioni iraniane o del calo della produzione del Venezuela, sottolinea il quotidiano economico avrebbe avuto un effetto “attenuato” un paio di anni fa, quando l’offerta era abbondante. Ma l’attuale aumento della domanda esclude che possa essere ancora così. Finora non ci sono segni di una vera e propria contrazione dell’offerta e alcuni ritengono che senza le attuali incertezze geopolitiche, il prezzo del petrolio sarebbe ancora stabile. “Sulla base dei fondamentali del mercato, non c’è assolutamente ragione per cui i prezzi del petrolio debbano essere a questo livello”, ha detto Ali Moshiri, presidente di Amos Global Energy LLC, un produttore di petrolio con sede a Houston e dirigente di lunga data della Chevron Corp al Wsj. “Ma se la domanda di petrolio continua ad aumentare – e le esportazioni iraniane sono ridotte – i prezzi potrebbero aumentare drasticamente”, ha concluso.