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Cattura del carbonio, in Canada proposto piano da 30 miliardi

Canada

Nonostante la rinnovata attenzione e il grande potenziale che possiede, la cattura del carbonio potrà affermarsi – in Canada e altrove – solo quando si rivelerà conveniente

Il quotidiano canadese Globe and Mail ha dedicato un editoriale alle tecnologie di cattura e sequestro dell’anidride carbonica, definendole “una strada percorribile verso un futuro a basse emissioni di carbonio”.

Come tante altre economie avanzate, anche il Canada si è impegnato ad azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050. La cattura della CO2 potrebbe quindi rappresentare una soluzione per compensare le quantità di gas serra prodotte dalla sua industria petrolifera – il paese è il quarto maggiore produttore di greggio al mondo –, ma non solo.

“In Canada le sabbie bituminose”, ovvero i depositi nei quali si concentra la quasi totalità delle riserve petrolifere nazionali, “ricevono tutta l’attenzione”, scrive il Globe and Mail: rispetto al petrolio convenzionale, estrarre il bitume dalle oil sands comporta infatti un maggiore consumo energetico, e di conseguenza maggiori emissioni. Il quotidiano precisa però che le “emissioni annuali [generate] dalla produzione del cemento, del ferro e dell’acciaio, nonché dai prodotti chimici e dai fertilizzanti, equivalgono al 60 per cento delle emissioni delle oil sands”.

UNA SOLUZIONE ALLETTANTE, MA COSTOSA

Le tecnologie di cattura del carbonio sono iniziate ad emergere verso la metà degli anni Duemila, offrendo una “soluzione allettante” al problema delle emissioni delle industrie pesanti e del petrolio: invece che lasciarle disperdere nell’atmosfera, le emissioni di CO2 possono venire catturate al momento della loro produzione negli stabilimenti o nei siti estrattivi e infine stoccate in depositi sotterranei.

C’era solo un piccolo problema, scrive il Globe and Mail: i costi. E ancora oggi, infatti, i progetti di cattura di carbonio in attività nel mondo sono pochi, una decina, “e non esisterebbero senza grossi sussidi pubblici”. Il quotidiano fa l’esempio della provincia del Saskatchewan, nel Canada occidentale, che ha investito molto in un progetto di cattura del carbonio da 1,5 milioni di dollari per mantenere in attività la centrale a carbone Boundary Dam. Sostituire il carbone con il gas naturale sarebbe tuttavia stato molto più economico.

Oggi si è ripreso a parlare molto di cattura della CO2, vista la tendenza globale alla alla transizione verso sistemi energetici più puliti, alla decarbonizzazione e alla necessità di garantire l’operatività di alcuni processi industriali particolarmente energivori e al momento non sostituibili. Secondo il Globe and Mail questa volta potrebbe essere quella giusta per la cattura del carbonio, grazie all’avanzamento tecnologico e al calo dei costi.

LA PROPOSTA DELL’ALBERTA

La provincia dell’Alberta, dove si concentrano i giacimenti di sabbie bituminose, ha invitato il governo centrale del primo ministro Justin Trudeau a spendere 30 miliardi di dollari in dieci anni nella cattura del carbonio, tramite una combinazione di investimenti e di agevolazioni fiscali. A inizio marzo un’iniziativa congiunta di ricercatori e società energetiche ha chiesto ad Ottawa di puntare sullo sviluppo della cattura del carbonio, inclusa la “cattura diretta dall’aria” (DAC), in modo da garantirsi il raggiungimento degli obiettivi climatici e la leadership tecnologica. La pressione su Ottawa, scrive il Globe and Mail, è resa ancora più intensa dalle mosse degli Stati Uniti, dove il presidente Joe Biden ha promesso che aumenterà gli investimenti federali e gli incentivi fiscali per lo sviluppo della cattura del carbonio.

Il Globe and Mail è a favore di una tassa sul carbonio (carbon tax), ma riconosce che non può essere l’unica soluzione.

LA CATTURA DEL CARBONIO NON È ANCORA CONVENIENTE

Nonostante la rinnovata attenzione di cui gode e il potenziale che possiede, la cattura del carbonio potrà affermarsi solo quando si rivelerà conveniente.

In Canada la provincia dell’Alberta e il governo di Ottawa sono stati i principali finanziatori del progetto Quest sulla cattura delle emissioni (circa un terzo) generate da un impianto di lavorazione del bitume. Per la costruzione dell’apparecchio per la cattura della CO2 sono stati spesi 790 milioni di dollari, e i suoi costi operativi sono di circa 30 milioni di dollari all’anno. Il costo di cattura è ancora molto alto: circa 200 dollari per tonnellata di CO2. Ma nel lungo termine dovrebbe abbassarsi fino a circa 60 dollari per tonnellata.

La compagnia petrolifera Shell, che gestisce il progetto Quest, dice che oggi le spese di costruzione sarebbero del 30 per cento inferiori, e che i costi operativi attuali sono più bassi di quanto previsto del 35 per cento. Nonostante questo calo, Quest ha ancora bisogno dei sussidi pubblici.

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Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, si occupa di esteri, energia e geopolitica, con un’attenzione particolare per il Messico e il Canada.

Scrive su “Energia Oltre”, oltre a collaborare con “IL – Il maschile del Sole 24 ORE”, “Aspenia online”, “Start Magazine” ed “eastwest”. A volte è ospite a Radio3 Mondo (Rai Radio 3).

Su Twitter è @marcodellaguzzo.

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