Scenari

Di Maio vola in Libia per mettere al sicuro gli impianti Eni

Libia

La morsa stretta dalla Turchia in Libia rischia di mettere in pericolo gli interessi italiani nel paese nordafricano

No a soluzioni militari in Libia. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri Luigi di Maio a Tripoli durante un incontro con il vicepresidente del consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig.

CHI HA INCONTRATO DI MAIO

L’ambasciata, ha riferito Lastampa.it, ha ammesso che durante l’incontro “sono stati ‘esaminati gli sforzi internazionali per mettere fine alla crisi libica’ e si è discusso di ‘sviluppo’, in particolare nella regione del Fezzan, di ‘cooperazione bilaterale’ e di ‘lotta alla corruzione'”.

Di Maio ha avuto un colloquio bilaterale anche con il ministro degli Esteri libico Mohammed Siala, il premier Fayez al-Sarraj e il ministro degli interni Bishaga. “Subito dopo si sposterà a Bengasi per incontrare Haftar e infine a Tobruk per vedere il presidente della Camera dei rappresentanti Aghila Saleh. Al centro dei colloqui il conflitto in corso, la conferenza di Berlino, il memorandum e altri temi centrali. La visita Di Maio, si precisa, si inserisce in una cornice di massima attenzione che il governo italiano attribuisce al dossier libico”, si legge ancora su lastampa.it

ACCORDI TRA LIBIA E TURCHIA CONTROPRODUCENTI PER L’ITALIA

“Molto critico sulla posizione tenuta dall’Italia è Arturo Varvelli, esperto di Libia dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale – si legge su Il Messaggero -. ‘L’Italia avrebbe fatto bene a sostenere il governo di accordo nazionale di Serraj non solo a parole – spiega -. La Turchia ha supplito a questa carenza aiutando Misurata e Tripoli fino a stringere accordi che sono controproducenti per l’Italia e per l’Eni stessa. Haftar si aspetta che questo silenzio italiano continui, che anzi l’Italia si possa spostare dal suo lato, proprio adesso che diventa un attore interessante anche per l’Eni perché controlla parte dei giacimenti nel sud del Paese'”.

GIOCO DI RIMESSA

“Prima abbiamo inviato una fregata a Cipro, ora spediamo a Tripoli il ministro degli Esteri Luigi di Maio nella speranza di rammendare la logora tela libica. Basterà? Pochi sono disposti a scommetterci. Le due mosse con cui l’Italia tenta disperatamente di recuperare terreno nel Mediterraneo e in Libia sono, in verità, un banale gioco di rimessa. Una risposta abbozzata in tutta fretta dopo gli arretramenti che stanno sancendo la nostra irrilevanza politico strategica in zone cruciali per l’ interesse nazionali”, ha scritto Gian Micalessin su Sputnik.

Al centro della critica è soprattutto la firma, il 27 novembre scorso, del trattato turco-libico sulle aree giurisdizionali del Mediterraneo di cui Serraj ha annunciato l’entrata in vigore l’8 dicembre che “ha reso drammaticamente evidente l’estromissione dell’Italia – ha aggiunto Micalesssin -. Grazie a quell’intesa Turchia e Libia hanno trasformato i seicento e passa chilometri di Mediterraneo che separano la costa turca di Bodrum e Marmara da quella libica di Derna e Tobruk in una zona economica esclusiva ignorando la presenza di Creta e delle isole greche del Dodecanneso. Ma quel trattato, firmato alle nostre spalle, ha serie ripercussioni anche nel campo delle politiche energetiche dell’Italia. L’intesa riconosce alla Turchia diritti quasi esclusivi sulle prospezioni per la ricerca di gas e petrolio mettendo a serio rischio le concessioni off shore dell’Eni. E la minaccia non si ferma alla Libia. L’accordo mette indirettamente a rischio anche le prospezioni dell’Eni nelle acque di Cipro bloccando di fatto l’eventuale costruzione dei gasdotti indispensabili per portare in Europa il gas di nuovi giacimenti. Un affare non da poco. Oltre al gigantesco pozzo Zohr, scoperto dall’Eni di fronte all’Egitto, e all’Aphrodite, al Leviathan e al Tamar già attivi nelle acque di Cipro ed Israele quel tratto di Mediterraneo, nasconde secondo alcune stime, riserve di gas per oltre 3mila 500 miliardi di metri cubici. Ma per individuarle bisogna fare i conti con la Turchia impegnata da anni a contestare le zone economiche esclusive concordate da Cipro, Egitto ed Israele per spartirsi i diritti di ricerca. Diritti che Erdogan vorrebbe ripartiti con la Repubblica Settentrionale di Cipro, lo stato fittizio non riconosciuto dall’Onu, creato nei territori occupati militarmente da Ankara nel 1974”, si legge su Sputnik.

UNA FREGATA ITALIANA NELLE ACQUE CIPRIOTE

L’Eni e l’Italia sono state fra le prime a far le spese di questa disputa geo politica. Nel febbraio 2018 Erdogan non esitò a dispiegare un’unità militare per bloccare la nave Saipem 12000 impegnata in ricerche nella Zona economica esclusiva (Zee) di Nicosia per conto dell’Eni. Proprio per questo il governo italiano, preso in contropiede dalla firma dell’accordo turco libico, ha mandato la fregata Federico Martinengo nelle acque di Cipro affidandole il compito di ‘svolgere – come spiegano i comunicati della Marina Militare – attività di presenza e sorveglianza degli spazi marittimi, in rispetto del diritto internazionale e a tutela degli interessi nazionali’. C’è da chiedersi però fino a che punto la Martinengo sarà autorizzata a difendere gli interessi nazionali. Un indietro tutta su ordine di un governo italiano preoccupato del rischio di uno scontro navale con Ankara eroderebbe ulteriormente la credibilità dell’Eni e dell’Italia. Prima ancora che nelle acque di Cipro il futuro degli interessi italiani si gioca però a Tripoli”.