Fact checking e fake news

Ilva, se l’arbitro ambientale è un giocatore in campo

Nel contratto sulla cessione dell’Ilva è previsto che la vigilanza sulla corretta esecuzione del Piano Ambientale sia nelle mani di Commissari e di un arbitro ambientale, ma in questo caso l’arbitro era già consulente dell’Iva

Energia Oltre vi aveva già raccontato come a seguito dell’accordo occupazionale Ilva siglato da Mittal e sindacati sotto il ministero Di Maio, nulla era cambiato dal punto di vista ambientale.

Il nodo infatti è stato relegato ad un addendum al contratto sindacale, non discusso né reso noto agli enti locali, che sostanzialmente ricalcava quello allegato, e ancora segreto, al contratto principale d’affitto firmato sotto la guida Calenda a luglio 2017 dai Commissari Ilva e Mittal.

Non essendo ufficialmente ancora pubblicato sul sito del Mise neppure l’addendum di Di Maio, nessuno ha ancora commentato questo nuovo piano ambientale, eccetto come vi avevamo riportato il prof. Giorgio Assennato, ex dg Arpa Puglia, che avendolo analizzato lo ha definito, vista la mancanza di valutazione impatto sanitario preventivo e l’aumento di produzione associata a presumile non aumento delle emissioni – cosa matematicamente non possibile senza modifica del processo produttivo – peggiore di quello Calenda.

Nelle loro dichiarazioni però sia Di Maio che il ministro dell’ambiente Costa hanno proclamato roboanti e rivoluzionarie novità annunciando l’introduzione di un Poliziotto Ambientale che dovrebbe vigilare sul rispetto delle norme ambientali.

Ma nell’addendum questo poliziotto ambientale non si vede.

Studiando le carte però si scopre infatti che in realtà questa figura era già presente nel contratto di affitto originario. E chi è questo famigerato poliziotto ambientale? I Commissari Straordinari.

Dal contratto di luglio 2017, divenuto operativo per la definitiva cessione Ilva a seguito dell’accordo con Di Maio, emerge che la clausola n. 19 prevede che “La vigilanza circa la corretta esecuzione del piano ambientale sarà espletata dai Commissari Straordinari mediante ispezioni e verifiche e sulla base delle relazioni informative dell’affittuario”.

Quindi il Poliziotto Ambientale già c’era nel piano Calenda.

Ma se il Piano Ambientale non viene rispettato, che fa il poliziotto? Anche qui tutto già previsto. Sempre al punto 19 del contratto leggiamo: “Nel caso in cui rilevino una non corretta esecuzione del Piano Ambientale gli stessi Commissari comunicheranno tale circostanza entro dieci giorni, dopo i quali se non dovessero trovare accordo ciascuna parte potrà rimettere la questione controversa alla determinazione di un arbitro unico, individuato sin d’ora dalle parti nel professor Maurizio Onofrio”.

E così oltre al poliziotto ambientale, abbiamo anche l’arbitro ambientale.
Dal contratto si deduce, altresì, la facoltà in capo ai commissari e all’arbitro unico di addivenire a un’intesa di compromesso di fatto modificando il Piano Ambientale. Ma lascia dei dubbi che tale previsione possa essere considerata accettabile (se non persino legittima), data la estrema rilevanza dell’interesse pubblico sulla vicenda Ilva.

E quindi tutto il Piano Ambientale di fatto, rispetto e modifica, è nelle mani di questo arbitro ambientale.

Ma chi è questo prof. Maurizio Onofrio scelto e inserito nel contratto con questo ruolo tanto cruciale? Un nome che a Taranto non suona nuovo. Il prof. Maurizio Onofrio, infatti, ricercatore di ingegneria sanitaria del Politecnico di Torino, è salito alla ribalta un paio di anni fa, quando, per conto dei Commissari Ilva, effettuò un’attività di consulenza per la valutazione e aggiornamento del “Piano di Monitoraggio Ambientale”, con lo scopo di revisionare e validare la mappatura delle sostanze inquinanti collegate alle attività produttive dello Stabilimento.

In sostanza il professor Onofrio ha condotto nel periodo compreso tra l’agosto 2013 e il febbraio 2015 una ricerca al fine di valutare se ci fossero elementi utili per individuare correlazioni tra i picchi di diossine rilevati in alcune postazioni di monitoraggio presenti nel territorio di Taranto e l’attività dell’Ilva.

La perizia, consegnata ad Arpa l’anno successivo, cosa che già di per se sollecitò contestazioni, scagionava di fatto l’Ilva, dichiarando che i valori anomali di diossina riscontrati non erano stati determinati dalle attività del siderurgico, e invitando a cercare altre possibili fonti di inquinamento.

Secondo lo studio dell’esperto del Politecnico di Torino “si può affermare che quanto riscontrato in Tamburi è conseguenza di apporti di origine diversa da quelli riferibili all’area Ilva”. L’ingegner Onofrio ammetteva che l’individuazione delle possibili sorgenti alternative è particolarmente complessa, ma citava tra le “cause dei picchi di diossina i gas di scarico di veicoli diesel e la benzina verde, le caldaie industriali a combustibile liquido, gli inceneritori di rifiuti, oltre alla combustione di legno e caldaie a carbone”.

Le tesi mosse dal prof. Onofrio per conto dei Commissari Ilva fecero così scalpore che il sindaco di Taranto, allora Ippazio Stefano, scrisse una lettera al ministro dell’Ambiente ed al ministro della Salute affinché avviassero un’indagine ministeriale: “Comprensibilmente la città – spiegava il sindaco – ha manifestato preoccupazione, cercando chiarimenti e certezze sull’attendibilità dei dati forniti dai diversi organismi scientifici istituzionalmente preposti al controllo ed apparsi contrastanti. Pur tenendo da conto l’alto tasso di professionalità di questi organismi scientifici si avverte il bisogno che su questa vicenda sia fatta piena luce, per cui si chiede a codesti ministeri, per la parte di rispettiva competenza, che si disponga per una indagine ministeriale per ripristinare le condizioni di verità”.

Mentre il locale metup 5 Stelle chiese al Sindaco di convocare al più presto il Direttore Generale di Arpa Puglia e il Presidente della Regione Puglia a conferire e relazionare in Consiglio Comunale, in merito a quanto balzato agli onori della cronaca.

La voce del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, non si fece attendere: “La concentrazione di diossine ha raggiunto livelli così elevati da essere confrontabile solo con materiali polverulenti contaminati in misura estremamente alta, quali le polveri di abbattimento dell’impianto di sinterizzazione dello stabilimento siderurgico”.

È quanto scrisse in un documento che Arpa Puglia inviò al governatore della Puglia, Michele Emiliano, e da questi girato al governo, sui livelli preoccupanti di diossina registrati nel novembre 2014 e nel febbraio 2015 nell’area siderurgica di Taranto.

Il direttore dell’Arpa evidenziò tre ordini di evidenze contro la relazione di Onofrio, sottolineando che il «Un eccezionale aumento dei livelli di diossine rilevato in un impianto di monitoraggio delle polveri del quartiere Tamburi, paragonabile ai livelli di inquinamento riscontrati nel centro della discarica di Giugliano in Campania, erano compatibili con un’unica sorgente presente in città, ossia l’Ilva”.

Che come Arbitro supremo di un eventuale contenzioso dovuto al non rispetto del Piano Ambientale venga oggi nominato un già consulente di parte Ilva, le cui analisi furono smentite, lascia quantomeno legittimi dubbi di indipendenza.
Tra l’altro con un’attenta ricerca dal sito del Politecnico di Torino abbiamo scoperto che ancora oggi è in corso una ricerca commissionata nel 2018 al prof. Onofrio sulla valutazione del rischio di esposizione a inquinanti aereodispersi del personale operante presso i reparti dello stabilimento Ilva di Taranto. Sicuramente anche questa commissionata dagli attuali Commissari, i Poliziotti Ambientali.

Nominati da Renzi e confermati da Di Maio. Come l’arbitro ambientale.
Stesso ruolo, stessi nomi.

La cosa mette una pulce nell’orecchio anche ai più sordi, così, in mancanza di documenti firmati, contattato da Antonello Cassano giornalista di Repubblica Bari, l’ufficio stampa del Ministero dello Sviluppo Economico ha dichiarato che “visto che il professor Onofrio aveva già prestato consulenze per Ilva, per ragioni di indipendenza sono stati individuati due nuovi arbitri nei professori Gaspare Viviani e Michele Giugliano”.

Epperò contattato anche questo presunto nuovo arbitro professor Giugliano ha dichiarato di non essere in alcun modo a conoscenza della nomina: “Mi hanno solo chiesto un curriculum”.

Ovviamente chi è stato l’unico ad accorgersi di tutta la faccenda?
L’ex dg Arpa Giorgio Assennato, che nel frattempo non si occupa più a tempo pieno di Ilva essendo stato destituito da Arpa.

Nessun altro. Né i 5 Stelle al cambio di governo, né gli enti locali, né le associazioni taratine pure molto attente.

Per fortuna a puntare il faro sull’inghippo scoperto da Assennato è arrivata un’interrogazione parlamentare del Deputato del Partito Democratico eletto nel collegio di Taranto On. Ubaldo Pagano.

Per chiedere “se il Ministro conferma o smentisce le dichiarazioni rilasciate dal Mef riguardanti le nomine dei professori Viviani e Giugliano;
se il Ministro, nel caso confermasse le dichiarazioni dell’ufficio stampa del Mef, sia in grado di produrre l’atto ufficiale di nomina dei due nuovi arbitri;
se il Ministro, infine, ritenga di voler confermare le determinazioni del contratto del giugno 2017, in particolare per ciò che concerne la facoltà di modifica del Piano Ambientale in capo all’arbitro/i individuato e al commissario Ilva”.

Si attende risposta.
La partita è aperta.
E l’arbitro è in campo.
Con la maglietta da giocatore.