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I pannelli solari dalla Cina sono un problema etico per Biden

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Biden critica la Cina per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, ma ha bisogno di pannelli solari e componenti per realizzare il suo piano climatico

Il presidente americano Joe Biden ha detto di voler collaborare con la Cina sulla lotta ai cambiamenti climatici, ma l’ha anche criticata per le violazioni dei diritti umani. Le due cose entrano in conflitto nel settore dell’energia solare, ha scritto il New York Times, e mettono l’amministrazione Biden davanti ad una scelta difficile.

GLI OBIETTIVI DI BIDEN E IL DILEMMA CINESE

Il presidente vuole aumentare la capacità solare installata negli Stati Uniti per ridurre le emissioni di gas serra del paese. Vuole ad esempio che le fonti pulite arrivino a generare il cento per cento dell’elettricità entro il 2035 (attualmente la loro quota è di circa il 40 per cento). Per farcela, le installazioni annuali di impianti solari dovranno procedere ad un ritmo più che doppio.

Il punto è che però la Cina domina la filiera globale dell’energia solare, producendo la gran parte dei materiali e dei componenti per i pannelli solari di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per raggiungere i propri obiettivi energetici e climatici. E alcune delle più grandi aziende cinesi che producono componentistica per il solare hanno collaborato con le autorità governative ai cosiddetti programmi di istruzione e formazione della minoranza uigura nella regione dello Xinjiang. Programmi che vengono considerati però delle pratiche di violazione dei diritti umani, anche attraverso il lavoro forzato.

Visto che gli Stati Uniti dipendono per la quasi interezza dalle importazioni di moduli solari cinesi – che hanno anche un costo basso –, il piano di Biden per le rinnovabili sarà probabilmente una grande opportunità economica per la Cina.

IL POLISILICIO NELLO XINJIANG

Pechino domina non soltanto la manifattura dei pannelli solari, ma anche la fornitura delle materie prime e dei componenti di base necessari alla loro produzione. Concentra ad esempio più dell’80 per cento dell’offerta mondiale di polisilicio, un materiale utilizzato per produrre le celle fotovoltaiche. Quasi la metà dell’offerta globale di polisilicio arriva dalla sola regione dello Xinjiang. La quota degli Stati Uniti in questo mercato era inferiore al 5 per cento nel 2019.

Come ha riassunto bene Francine Sullivan, dirigente di REC Silicon, azienda norvegese che produce polisilicio e che ha degli impianti negli Stati Uniti, la scelta che Biden ha davanti è la seguente: “Vuoi difendere i diritti umani in Cina, oppure vuoi dei pannelli solari economici?”.

Il mese scorso Richard Trumka, presidente dell’AFL-CIO, il più grande gruppo sindacale negli Stati Uniti, ha chiesto all’amministrazione Biden di sospendere le importazioni di prodotti solari contenenti polisilicio prodotto nello Xinjiang per non “utilizzare il lavoro forzato per soddisfare le esigenze della nostra nazione”.

LA PRESA DELLA CINA SUL MERCATO DELL’ENERGIA SOLARE

Dalla fine degli anni 2000 la Cina ha iniziato a rafforzare la sua presa sul settore solare globale, attraverso un forte aumento della produzione di pannelli fotovoltaici – incentivato dal governo, per ridurre la dipendenza dall’energia importata – che ne ha ridotto di molto i costi e favorito l’adozione di questa fonte energetica nel mondo.

Negli ultimi anni i produttori cinesi di polisilicio si sono spostati nello Xinjiang, che ha abbondanti riserve di carbone e quindi elettricità a basso costo.

QUALI OPZIONI PER BIDEN

Per allineare la propria politica climatica a quella di promozione dei diritti umani, l’amministrazione Biden dovrebbe bloccare le importazioni di prodotti solari dallo Xinjiang sulla base delle accuse di lavoro forzato degli uiguri.

Una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento – sia per i produttori cinesi che per gli acquirenti americani, scrive il New York Times – sarebbe teoricamente possibile: circa il 35 per cento dell’offerta mondiale di polisilicio proviene da regioni della Cina diverse dallo Xinjiang; gli Stati Uniti e l’Unione europea valgono assieme il 30 per cento della domanda globale di pannelli. Ma altri paesi – come ad esempio il Canada, il Regno Unito e l’Australia – potrebbero però adottare restrizioni alle importazioni solari dallo Xinjiang, andando a restringere il mercato.

Anche l’opzione di riorientare le filiere e riportare negli Stati Uniti la produzione manifatturiera di componentistica per l’energia solare è di complessa realizzazione. Sia perché richiederà del tempo, sia perché porterà ad un aumento dei prezzi dei pannelli solari almeno nel breve termine.