Scenari

Se Tap non si fa ci costa 40 miliardi di euro

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40 miliardi di euro per 8 km. A tanto ammonta la cifra che l’Italia pagherebbe bloccando quegli 8 chilometri di gasdotto che attraversano il Salento, su un totale di 870 km che attraversano il mondo.

Il gasdotto più caro della storia. Si dirà: “E ma la salute, gli ulivi, le alghe, il panorama…”. Abbiamo visto che è tutto falso, a parte l’asciugamano della Lezzi.

Messo in mano ai 5Stelle il discorso fa ridere, invece è molto serio.
Nonostante sembra che a essere preoccupati per questi 40 miliardi siano più i Capi di Stato esteri, che quello Italiano.

L’altro giorno è intervenuta con un tweet l’Amministrazione Trump: “Si tratta di un’opera chiave, un progetto che va portato avanti”. E infatti il 30 luglio Tap è stato uno dei punti all’ordine del giorno dell’incontro alla Casa Bianca tra Trump e il Presidente del Consiglio Conte.

Altrettanto preoccupato è il presidente dell’Azerbaijan, Iham Aliyev, il quale pare che durante l’incontro avuto la settimana scorsa con il Presidente Mattarella e il Ministro degli Esteri Moavero non abbia usato mezzi termini: “Se non siete più interessati comunicateci le vostre decisioni perché ci sono soluzioni alternative, pagherete le penali e potrete uscire dal progetto. abbiamo rotte alternative, l’Austria e altri Paesi sarebbero ben felici”.

Insomma, verrebbe a scatenarsi una vera guerra diplomatica.
Oltre appunto al disastro economico.

Moavero aveva parlato di 8 miliardi di penale, ma a quanto pare la cifra è notevolmente più pericolosa.

La Socar (Ente energetico azero) e la Bp hanno indicato danni complessivi per il ritiro dell’Italia dal progetto valutabili tra 40 e 70 miliardi di euro. Una stima che comprende anche dei costi di approvvigionamento maggiori e mancato gettito fiscale per l’Italia.

Il Mise ha calcolato invece un danno per 15 miliardi di euro, ma senza mettere in conto i mancati profitti upstream, le entrate fiscali in altri Paesi, e i mancati profitti degli acquirenti di Tap, Enel ed Edison.
Ci spiace se come da ultime rivelazioni l’impossibilità, già annunciata dai ministri 5Stelle, di recedere dal contratto Tap come da impegni col loro elettorato, venga posta sulla bilancia per rescindere da quello Tav.

Non sono interscambiabili la strategicità di queste due vie di sviluppo. E quando si è Governo non si rappresenta più solo i propri elettori, se pur maggioranza, ma l’intera nazione. Non solo San foca e non solo la Val di Susa. Sia con gli americani sia con i francesi. Fra Tap e Ilva, i ministri 5Stelle hanno dimostrato di averlo capito, sta da vedere come farlo capire ai loro elettori. Magari evitando di militarizzare i cantieri.