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Ecco qual è la più grande minaccia per l’industria petrolifera e del gas

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La guerra commerciale intrapresa dal presidente Trump a colpi di dazi sta mettendo a dura prova l’intero settore Usa con ripercussioni in tutto il mondo

Malgrado si stia per concludere la rinegoziazione dell’accordo transfrontaliero tra i paesi nordamericani – il NAFTA – garantendo ossigeno all’industria energetica, il settore petrolifero e del gas statunitense sta già soffrendo per gli effetti della più ampia guerra commerciale che il presidente Usa Donald Trump sta conducendo a colpi di dazi.

PESANO I DAZI SU ACCIAIO E ALLUMINIO, COMPONENTI FONDAMENTALI DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA

L’impatto più evidente deriva dall’aumento delle tariffe del 25 per cento sull’acciaio e del 10 per cento sull’alluminio che l’amministrazione Trump ha posto su una varietà di paesi, che hanno spinto verso l’alto il costo dei due materiali negli Stati Uniti, portando a un aumento dei costi per i progetti riguardanti petrolio e gas. Ancora peggio è il rimedio, vale a dire, il sistema di applicazione delle deroghe, estremamente macchinoso e con tempi lunghi, tanto da aver provocato la collera di alcune aziende arrabbiate perché, chi ottiene un’esenzione dal governo federale sembra, di fatto, ottenere vantaggi puramente arbitrari. Ad esempio, come ha riferito Reuters, Chevron ha ottenuto una deroga per l’importazione di tubi d’acciaio da 4,5 pollici utilizzati per la prospezione petrolifera, mentre una piccola società denominata Borusan Mannesmann Pipe ha visto respinta la sua domanda dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per una richiesta simile. La vicenda ha messo sotto accusa il Dipartimento del Commercio reo di non fornire informazioni adeguate sui motivi dei dinieghi, offrendo solo motivazioni vaghe.

IL DIPARTIMENTO DEL COMMERCIO USA HA RICEVUTO OLTRE 37 MILA DOMANDE DI DEROGA MA POCHE LE DECISIONI PRESE

Reuters ha riferito che il Dipartimento del Commercio ha ricevuto oltre 37 mila domande di deroga da parte di aziende statunitensi, ma l’agenzia ha emesso decisioni solo su 2.871 richieste a partire dal 20 agosto. Circa due terzi delle domande sono state approvate, ma quasi 1.100 sono state respinte. “Il Dipartimento del Commercio è ora costretto a spendere più di pochi minuti per esaminare ogni richiesta”, ha detto Bernd Janzen, partner del gruppo di avvocati internazionale Akin Gump Strauss Hauer & Feld LLP, alla Reuters. Nel caso di Borusan, che ha visto la sua richiesta respinta, l’azienda si aspetta di veder lievitare i suoi costi operativi da 25 a 35 milioni di dollari a causa dei dazi.

COSTI DEI COMPONENTI PER IL SETTORE LIEVITATI IN MEDIA DEL 20-25% petrolio

“Stiamo assistendo al passaggio degli impatti delle tariffe sull’acciaio sui tubi e su altri prodotti in acciaio che utilizziamo. Possiamo vedere come i costi dell’acciaio rispetto allo scorso anno siano saliti dal 20% al 25% per gli stessi prodotti”, ha ammesso Timothy Dove, CEO, Pioneer Natural Resources, produttore leader nel bacino del Permiano, il più grande giacimento petrolifero e il secondo più grande campo di gas naturale negli Stati Uniti, a Forbes. La stragrande maggioranza dei tubi di perforazione viene importata. A titolo di esempio, ConocoPhillips riferisce che “i prezzi dell’acciaio utilizzato in tubi, raccordi per valvole e altre apparecchiature sono aumentati del 26% negli Stati Uniti dall’inizio dell’anno”. L’azienda spende 300 milioni di dollari all’anno per le attrezzature interessate dai dazi, e i dazi “aggiungeranno 40 milioni di dollari al costo del nuovo gasdotto che sta costruendo nel bacino del Permiano, nel Texas occidentale”. Una sorte simile è accaduta anche a Plains All American per l’acciaio da importare per il suo oleodotto Cactus in Texas, considerato particolarmente importante perché in grado di alleviare il collo di bottiglia del midstream nel Permiano quando sarà in linea. Il CEO di Plains ha definito le tariffe una “tassa di 40 milioni di dollari”.

I COSTI AGGIUNTIVI DEI DAZI FINISCONO PER MANGIARE I PROFITTI E AUMENTARE I COSTI DELL’ENERGIA

Insomma, aver colpito acciaio e alluminio, materiali fondamentali per i progetti petroliferi e del gas, sta mettendo a dura prova l’industria di settore che utilizza questi componenti e ne sta pagando il prezzo con costi che si ripercuoteranno su tutto il settore energetico, dai produttori upstream, ai servizi dei giacimenti petroliferi, alle raffinerie, agli esportatori di Gnl e all’infinita gamma di fornitori e servizi collegati. Ciò mentre l’amministrazione Trump, nelle intenzioni, mirava a rilanciare la produzione interna. Non bisogna poi dimenticare che il protezionismo rende difficile modificare rapidamente l’approvvigionamento dei prodotti o comunque soddisfare le specifiche e gli standard di settore. Alcuni player dell’industria petrolifera e del gas statunitense si aiutano quindi mantenendo bassi i prezzi per garantirsi la produzione futura, mentre pochi hanno la capacità di trasferire i costi aggiuntivi sui loro clienti. Pertanto, i costi aggiuntivi dei dazi finiscono per mangiare non solo i profitti potenziali, ma anche aumentare i costi dell’energia: il 65% dell’approvvigionamento energetico degli Stati Uniti proviene dal petrolio e dal gas, e l’aumento dei prezzi di tali combustibili finisce per intaccare il bilancio statale.

ACCORDO NAFTA PRELUDIO PER GUERRA DEI DAZI CON LA CINA

Eppure, le cose potrebbero anche peggiorare. L’amministrazione di Trump è sul punto di procedere con i 200 miliardi di dollari di dazi nei confronti della Cina, secondo quanto riferisce Bloomberg. La decisione verrà presa dopo la consultazione pubblica che termina ufficialmente il prossimo 6 settembre. Alcuni considerano addirittura i progressi del NAFTA un segnale preoccupante per la controversia tra Stati Uniti e Cina. “Per quanto riguarda la Cina e l’Asia, questo nuovo accordo con il Messico non risolve nulla”, ha scritto ING Bank NV di Singapore in una nota dopo l’annuncio dell’accordo bilaterale Usa-Messico. “Rafforza la posizione degli Stati Uniti per giocare più duro con la Cina. Questo non è buono per la regione”.

PRIMATO USA NEL SETTORE GAS E PETROLIO A RISCHIO

Infine i dazi possono contribuire ad allontanare gli Usa dalle previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia secondo cui gli Stati Uniti sarebbero diventati i maggiori fornitori mondiale di GNL entro la metà degli anni Venti, se non addirittura prima. Fino all’avvento delle decisioni di Trump le esportazioni stavano vivendo un periodo d’oro grazie alla stipula di nuovi contratti futures sia per il petrolio sia per il gas naturale. Ma se al momento si inanellano record con una delle maggiori produzione di petrolio di sempre a livello mondiale (11 milioni di b/d) e di gas naturale (83 Bcf/d) i dazi stanno già dimezzando le vendite all’estero secondo i dati degli ultimi mesi rischiando di vanificare anche i quasi 1,9 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore entro il 2030 stimati dalla società di consulenza Icf.