Scenari

Cosa dice l’ultimo libro di Yergin su transizione energetica e petrolio

yergin

In The New Map Daniel Yergin scrive che il successo della transizione energetica è incerto e che il petrolio manterrà un ruolo fondamentale

L’amministrazione entrante di Joe Biden vuole riportare gli Stati Uniti – i secondi maggiori emettitori di gas serra al mondo – nell’accordo di Parigi sul clima e molto probabilmente farà degli investimenti nelle energie pulite il perno del programma economico per la ripresa del paese. L’Unione europea ha già preso l’impegno di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, e così hanno fatto anche il Regno Unito, il Giappone e la Corea del sud.

Le agende climatiche dei governi dei paesi più sviluppati al mondo sembrano insomma essere allineate e convergere tutte verso la stessa meta. Cosa mai potrebbe andare storto, dunque?

Se lo è chiesto il Nikkei Asia, che ha scelto di riportare la risposta (poco entusiasta) di Daniel Yergin, accademico statunitense ed esperto di energia, che ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro: The New Map: Energy, Climate and the Clash of Nations.

COSA SCRIVE YERGIN

Yergin sostiene che, per raggiungere gli obiettivi fissati, i paesi menzionati poco fa – dal PIL pro capite mediamente di 40mila-60mila dollari, in media – dovrebbero ridurre le proprie emissioni pro capite allo stesso livello di quelle dell’India, che ha un PIL pro capite di 2000 dollari.

Secondo Yergin, insomma, nonostante quella convergenza di cui si accennava, la transizione energetica potrebbe mettersi male. Gli obiettivi sono ambiziosi e il loro raggiungimento implica grosse spese, da realizzare peraltro in una fase di crisi economica provocata dalla pandemia di coronavirus. Il 2050 non è poi una data così lontana: in soli trent’anni bisognerà realizzare tutte le infrastrutture necessarie al passaggio verso le fonti rinnovabili, oltre a testare e rendere economicamente sostenibili le nuove tecnologie per le energie pulite.

IL PROBLEMA DELLA MOBILITÀ ELETTRICA

Il Nikkei Asia scrive che vietare la vendita di veicoli dotati di motori a combustione interna ed “elettrificare” il parco auto non sarà facile per via dei costi: serviranno incentivi all’acquisto di mezzi a batteria. Ma non sarà nemmeno sufficiente a ridurre le emissioni in maniera sostanziale, a meno che non si “decarbonizzi” la rete elettrica, in modo che l’elettricità venga generata da fonti rinnovabili invece che fossili.

CHE NE SARÀ DEL PETROLIO

Nel suo libro The New Map, Yergin offre uno scenario poco incoraggiante per la transizione energetica. Sostiene ad esempio che nei prossimi trent’anni aumenterà il numero di aerei: “oltre l’80 per cento della popolazione mondiale non è mai stata su un aereo” e la Cina – che ha 1,5 miliardi di abitanti – “sta costruendo otto nuovi aeroporti all’anno”. Scrive poi che la quota del petrolio nel consumo energetico totale diminuirà significativamente, ma che difficilmente ci sarà un crollo del consumo in termini assoluti. E che il numero delle auto a combustione interna rimarrà perlopiù invariato, anche se più della metà dei nuovi veicoli venduti in tutto il mondo saranno elettrici.

Secondo Yergin, il petrolio manterrà la sua “posizione preminente” di commodity e rimarrà il combustibile “che fa girare il mondo”.  Una previsione basata “sulla realtà degli investimenti già fatti”, sui tempi necessari ai nuovi investimenti e all’innovazione, sullo stato delle filiere, sul “ruolo centrale” del petrolio nei trasporti, sulla necessità di plastiche” e “sul modo in cui il mondo reale è organizzato”.

COSA FANNO CINA E INDIA

Yergin non è un negazionista sul clima e nemmeno ignora i progressi delle nuove tecnologie che stanno facendo abbassare il costo delle rinnovabili. Pensa che la transizione energetica sia un fatto reale e che le tecnologie per l’idrogeno, in particolare, abbiano un grande potenziale. Il suo scetticismo nei confronti della transizione energetica ha a che vedere con lo spostamento, a livello globale, del baricentro della potenza verso l’Asia, una regione in forte ascesa.

La Cina, ad esempio, ha superato gli Stati Uniti come maggiore consumatore di energia al mondo nel 2009 e attualmente detiene una quota del 25 per cento nel consumo energetico mondiale. Il mix energetico cinese è basato però principalmente – per oltre l’80 per cento, riporta il Nikkei Asia – sui combustibili fossili e in particolare sul carbone, il più inquinante. Pechino ha detto di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, ma ha anche continuato ad autorizzare la costruzione di nuove centrali a carbone.

Yergin parla della sicurezza energetica come di una preoccupazione prioritaria per la leadership cinese, che sarebbe anche al centro dell’avvicinamento del paese alla Russia: una relazione che Yergin definisce “basata sul petrolio e sul gas”. La Cina ha effettuato un pagamento anticipato di 80 miliardi di dollari a Rosneft – la compagnia petrolifera statale russa – per la fornitura di barili di petrolio per i prossimi venticinque anni. E ha anche finanziato la costruzione della condotta Power of Siberia per il trasporto di gas naturale dalla Siberia orientale alla Cina. Allo stesso tempo, quello cinese è il più grande mercato al mondo per i veicoli elettrici.

L’India, poi, potrebbe superare la Cina e diventare il paese con più abitanti al mondo, ma non si trova al suo stesso livello di sviluppo economico. Una grossa parte della sua popolazione vive con l’equivalente di 1,2 dollari al giorno: per 300 milioni di indiani la transizione energetica significherebbe abbandonare la legna da ardere come combustibile. Le autorità stanno cercando di favorire la realizzazione di una rete nazionale del gas.

Yergin sostiene insomma che le nazioni del G7 non rappresentano più il centro del potere mondiale, spostatosi verso governi che devono ancora soddisfare tutta una serie di necessità di base delle loro popolazioni. Dunque, per avere successo, le agende climatiche per la riduzione delle emissioni dovranno innanzitutto “convincere” il primo ministro indiano Narendra Modi e gli altri leader dei paesi in via di sviluppo.